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Gilioli: 4 marzo, brevi pagelle mediatiche

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Pubblichiamo un’interessante analisi di Alessandro Gilioli sulla comunicazione dei principali leader dei partiti che si presentano alle elezioni

4 marzo: brevi pagelle mediatiche (dal blog de L’Espresso Piovono rane di Alessandro Gilioli)

La seguente pagella è il più possibile depurata da elementi di simpatia/ antipatia politica così come di vicinanza/lontananza personale: si riferisce solo alla comunicazione dei diversi partiti in campagna elettorale, a dieci giorni dal voto. È tuttavia, ovviamente, soggettiva e opinabile.

Forza Italia, il nonno e i barboncini

A questo giro Forza Italia partiva con un handicap, com’è noto: capo politico inibito dal candidarsi. Serviva il consueto miracolo, la campagna a testa bassa di promesse mirabolanti, che in altre occasioni ha permesso recuperi inaspettati. E un po’ lo ha fatto di nuovo, il Cavaliere, occupando per l’ennesima volta le sue tivù e qualche compiacente canale Rai, seppure con la voce a tratti fragile, la mandibola incerta, la lucidità spesso smarrita. La flat tax – il meme programmatico che più è passato – non entusiasma i teledipendenti come abolire il bollo auto o l’Imu. Dal punto di vista dell’immagine personale, tuttavia, l’operazione comunicativa nel suo complesso è riuscita: quella di far dimenticare il vociante Caimano del predellino sostituendola con il buon nonno pacato e moderato che accarezza i barboncini. Ieri dalla Gruber si è visto un vecchio attore che fa sempre lo stesso numero, ma lo sa ancora fare – e in fondo da lui non ci si aspetta altro. A conti fatti l’obiettivo di evitare l’irrilevanza (tipo alle ultime Comunali di Roma, meno del 5 per cento) è raggiunto, così come quello di essere coprotagonista nel prossimo Parlamento. Gli ultimi sondaggi pubblicati danno Forza Italia attorno alla stessa percentuale presa alle Europee (quindi fine della discesa iniziata dopo il 2013) e probabile primo partito di quella che sarà la prima coalizione. Voto provvisorio: 8.

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Di Maio impalato schivacoltelli
È stata una campagna elettorale in cui tutti i partiti avevano pochi soldi per comunicare e questo ha reso meno svantaggiata la posizione ai blocchi di partenza del M5S, rispetto alle precedenti occasioni. Di Maio non affascina le masse né scalda i cuori, ma con la sua impalata democristianità mediatica ha saputo reggere bene l’assalto congiunto di Berlusconi e Renzi, perfino nell’imbarazzante vicenda dei mancati rimborsi. Il suo compito era rimanere in bilico tra due esigenze opposte: incanalare ogni rabbia e ogni scontento diffuso (da una parte) e ottenere la patente di realistica forza di governo (dall’altra). Dicendo poco ed esponendosi il meno possibile sui temi caldi, ci è finora riuscito. Resta ancora da capire se sarà davvero presentata la squadra di governo e nel caso da chi sarà composta: se è autorevole può essere un botto da un paio di punti in più. Voto provvisorio: 8.

Meloni tra le sedie vuote

Non è la Lepen italiana: è assai più popolana, informale, a tratti perfino autoironica. Il suo photoshop sui manifesti, inizialmente assai perculato, è invece diventato nel tempo un segno di umana debolezza che crea più empatia che antipatia. Buona la mossa di proporre agli alleati un “patto antinciucio” con il Pd, con tanto di sedie vuote di Salvini e Berlusconi alla presentazione dell’evento. Il suo litigio con il direttore del Museo egizio di Torino è stata una chiamata a raccolta di tutto l’anti-intellettualismo italiano, e questo – si sa – nel nostro Paese è un sentire diffuso. Romanissima per accento, lessico e postura, ha per questo un evidente limite geografico, un po’ come Salvini alla rovescia. Possibile che porti il suo partito al massimo storico, affermando così la propria esistenza politica sul medio periodo. Voto provvisorio: 7 .

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Salvini impantanato a metà
Anche Salvini doveva cavalcare due cavalli: quello nero del populismo anti immigrati e quello bianco dell’alleanza con Forza Italia, partito che sta nei Popolari europei (Ppe) accanto a Juncker. Il compito non era facile e Salvini ci si è un po’ impantanato, producendo alla fine un’immagine meno gagliarda di quando era un libero “underdog”. Al centro e al sud non è riuscito a far dimenticare il suo passato antimeridionale sicché da Viterbo in giù i voti di pancia antimigranti saranno da dividere con Fratelli d’Italia, CasaPound e altri minori, senza dire quelli che comunque slitteranno più moderatamente verso il Pd (grazie a Minniti) e verso il M5S (grazie alle sue ambiguità sul tema). È riuscito a perdere perfino il confronto tv con Boldrini (un lupo che diventa agnello non è più credibile come lupo ma non viene percepito come agnello) e i fatti di Macerata alla fine l’hanno più danneggiato che aiutato (siamo italiani, stronzi e individualisti, ma la guerra civile non ci piace). Ha portato fuori la Lega dal pantano di cinque anni fa, ma per esplodere deve aspettare l’uscita di scena definitiva di Berlusconi, quando l’elettorato di Forza Italia si dividerà tra il futuro centro macroniano e, da una parte, e Lega-Fratelli d’Italia dall’altra. Voto provvisorio: 5.

L’odore del Partito democratico

Solo nel finale al Pd hanno intuito che dovevano esporre il più possibile Gentiloni (dopo gli endorsement di Prodi e Napolitano, domenica prossima comizio a due con Veltroni all’Eliseo di Roma) e nascondere il più possibile Renzi, il meno popolare di tutto il centrosinistra. Una svolta tardiva e comunque non abbastanza decisa: basta vedere l’ultimo spot di Proforma, ben fatto ma con un finale-autogol, bastava che in bicicletta arrivasse un Gentiloni – o un Delrio – e il tutto sarebbe stato molto più efficace. Drammatico l’appello del segretario a turarsi il naso e votare Pd, un’ammissione implicita che l’odore del proprio partito è sgradevole. Alla fine quello che è passato della comunicazione del Pd è proprio questo, cioè “noi saremo pure un circoletto di bulli toscani, ma gli altri sono peggio“. Il buon proposito di presentarsi come “forza tranquilla” (Mitterrand-Séguéla 1981) non è invece passato, se non appunto nel tardivo scongelamento mediatico del premier cortese. Voto provvisorio: 3.

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Bonino star da primo municipio

La lista Bonino rischia di arrivare al 3 per cento grazie a una strategia mediatica facilitata dal contesto ma anche efficace di per sé. Facilitata dal contesto per due motivi: primo, la borghesia liberale di cui è espressione Bonino è infima minoranza nel popolo ma primeggia nelle redazioni e tra i proprietari dei media; secondo, il suicidio comunicativo del Pd ha creato cascami di consensi verso i suoi alleati più presentabili, in altre parole c’è un po’ di gente area Pd che non ce la fa più a votare Renzi e allora si posiziona su Bonino. Centrata tuttavia anche la sua campagna, basata sull’antipopulismo estremista (viva la Ue, viva Maastricht, viva il pareggio di bilancio, viva la legge Fornero eccetera): una forma di populismo rovesciato a sua volta, populismo di minoranza che si crede migliore perché “testa non pancia”, insomma esattamente il bacino della borghesia liberale e dei primi municipi. Del resto l’obiettivo è il 3 per cento e non il 30. Voto provvisorio: 9.

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Liberi e istissi
Ignoto l’inventore del sadico nomignolo riportato qui sopra – pare siano alcuni avversari di Leu siciliani – ma l’idea è resa bene: il percepito mediatico di Grasso & Co. è stato quello di un gruppo di politici, sempre gli stessi, che ogni volta cambiano nome (e magari magistrato frontman) per rientrare in Parlamento. Molto bello anche se non originale lo slogan di partenza – per i molti non per i pochi – ma il messaggio di lotta contro le disuguaglianze è stato sovrastato dall’immagine di funzionari in cerca di lavoro, con grotteschi battibecchi sulle alleanze e oggetti che volano alle riunioni, tutti pronti a dividersi il mattino del 5 marzo. Grasso non è esattamente un mago dell’eloquio, in tv è riuscito a dire che Leu è l’unica forza di sinistra per aggiungere subito dopo che destra e sinistra sono concetti superati. Alla fine, rischiano di avere una percentuale uguale identica alla somma dei punti ottenuti nel 2013 da Sel più Ingroia, cioè il 5,5 per cento. Nel caso difficilmente si potrebbe dire che il progetto è decollato. Voto provvisorio: 4.

 

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