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Gli strani calcoli dell’Assessorato: stop alle friggitorie e minimarket, ma non in tutto il Centro Storico

vinerie centro storicoGli strani calcoli dell’Assessorato comunale al commercio: stop alle aperture di friggitorie e minimarket ma non in tutto il Centro Storico

Paolo Gelsomini

La storia sulla modifica in atto della delibera 36  sulla regolamentazione di attività commerciali nel perimetro della Città Storica l’abbiamo già raccontata (1)

Le associazioni dei cittadini cercano in tutti i modi di impedire nelle zone storiche della città l’apertura di nuove attività alimentari come friggitorie, minimarket, gelaterie, pizzerie a taglio, paninerie ecc. perché già siamo invasi ed ancora continuano ad aprire perché la vigente normativa lo permette. E’ una questione comunale non del primo Municipio.

Molti cittadini raccolti nelle varie associazioni tra cui Progetto Celio, hanno partecipato a tutte le riunioni di commissione commercio comunale portando le proprie conoscenze e competenze ed illustrando serenamente le ragioni per uno stop di aperture di negozi food laddove si fosse superato un certo indice di saturazione. Nella proposta dell’assessore Adriano Meloni sono previste protezioni per soli quattro rioni: Monti, Trastevere, Castro Pretorio, Esquilino.

Ora vorremmo sapere perchè  – come si desume dall’articolo in calce di Maria Egizia Fiaschetti sul Corriere della Sera del 17 aprile scorso che riportiamo in calce, il quartiere Celio, piazza Navona, il Tridente, Fontana di Trevi, sarebbero zone ancora non sature da riempire. Ma quale è il criterio? Ma quale è il rispetto per una città distrutta dalle mangiatoie 24h e dai minimarket? Ci volete dire come avete calcolato questi benedetti indici? Ci sarebbe molto da discutere ed abbiamo argomenti. Abbiamo avuto incontri generici ma quando si tratta di operare la scelta finale con numeri alla mano, la partecipazione dei cittadini si interrompe. Abbiamo chiesto al presidente della Commissione commercio Coia di fare una ultima riunione con i cittadini per esaminare i criteri di queste scelte sciagurate. Abbiamo chiesto al consigliere comunale Orlando Corsetti ed alla consigliera del primo municipio Nathalie Naim, che hanno proposto e seguito sempre le proposte di modifica che noi abbiamo appoggiato, di pretendere un ulteriore confronto per cercare di riportare il tutto su un piano di realtà,  perchè qui la realtà è stata stravolta, in quanto i numeri degli indici di saturazione che abbiamo letto per alcuni rioni, ad esempio per il Celio, non ci convincono affatto.

Infine, vorremmo sapere perchè sono stati esclusi a priore quartieri come San Lorenzo, Ponte Milvio, Cittàgiardino dove alcune aree sono ad alto livello di saturazione, nè più nè meno come Trastevere e Monti. E’ vero, non fanno parte del centro storico ma della città storica e le delibere 36 e seguenti parlano di attività commerciali entro il perimetro della città storica. E allora, perché?

Paolo Gelsomini

Commercio, ecco le nuove regole Quattro rioni salvi, gli altri no

di Maria Egizia Fiaschetti  dal Corriere della sera del 17 aprile 2017

Sono quattro, su 21, i rioni del centro storico nei quali non potranno aprire nuove attività artigianali e di vendita al dettaglio di tipo alimentare: Castro Pretorio, Esquilino, Monti e Trastevere. Il divieto, secondo quanto previsto dallo schema di regolamento stilato dal dipartimento al Commercio, durerà tre anni dall’entrata in vigore. Per capire quale sia la ratio, bisogna scorrere i dati degli ultimi studi di settore che fotografano la percentuale di esercizi food nel sito Unesco: al primo posto svetta l’ex Suburra (12,4%), seguita alla pari da Trastevere ed Esquilino (10,7%) che staccano di un soffio Castro Pretorio (10,4%).

E però, ci sarebbe anche un altro indicatore: la densità, ovvero la concentrazione di attività alimentari in rapporto alla superficie. Si scopre, così, che la maggior parte dei rioni è satura: da Ponte (1.697 negozi di cibo) a Parione (1.420), fino a Sant’Eustachio (1.303) e Regola (1.250). «È fuori da ogni logica di buon senso — riflette Nathalie Naim, consigliera nel I Municipio — stralciare dal provvedimento la cosiddetta ansa barocca, ma anche il Ghetto, Testaccio, il Celio, San Lorenzo… Senza contare che nel sito Unesco gli alimentari sono 7.648, il 18% dell’intero territorio cittadino (la media è di 2.800 per municipio, ndr)».

Per quanto riguarda la città storica, i negozi di vicinato fino a 250 metri quadrati e i laboratori artigianali rimarranno attività tutelate, purché non esercitino il consumo sul posto. In centro storico, invece, potranno aprirne di nuovi solo se i laboratori dispongono di adeguato spazio annesso al locale e la vendita al dettaglio insiste su una superficie massima di 150 metri quadrati senza essere abbinata ad altri settori merceologici. «Nelle aree di pregio si vietano lavanderie self service, negozi di gioielli e preziosi usati — sottolinea Naim — , ma non le gelaterie che continuano a proliferare: tra l’altro, la maggior parte ormai non usa prodotti freschi, ma polverine…». Tra i nodi più controversi, la possibilità di aprire grandi strutture di vendita (fino a 3.500 metri quadrati) purché rientrino tra le categorie tutelate. Per il mix cultura-cibo, il regolamento abolisce la quota di somministrazione per le gallerie d’arte, ma non specifica la stessa esclusività merceologica per le librerie: «Tutto fumo negli occhi — accusa Naim — , altro che salvaguardia dei territori. L’amministrazione sembra avere a cuore solo l’ulteriore sviluppo commerciale selvaggio. La contro-proposta dell’opposizione, la delibera Corsetti bocciata «con lo spauracchio di presunti ricorsi», chiedeva un limite ai negozi di souvenir. «Ora si fa finta di vietarli — polemizza la consigliera nel parlamentino di via della Greca — , ma si ammettono gli oggetti turistici che riproducono monumenti e personaggi storici della città, purché non raffigurino immagini contrarie alla pubblica decenza». A preoccupare la paladina del decoro sono anche le scarse garanzie per le botteghe storiche, che dopo tre anni potranno essere rimpiazzate dalle «attività predatrici», le uniche redditizie: i negozi di food.

(1) scarica del-_cc_36-del-2006

vedi

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