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Il mal governo distrugge Venezia e la sua Laguna

grande nave a ve da sito m5sVenezia, un luogo unico al mondo,  da  trent’anni è oggetto di dissipazione di un patrimonio culturale e ambientale ad opera di politici opportunisti, miopi, voraci e complici dei promotori del turismo mordi e fuggi e delle grandi opere inutili. Il 26 marzo la giunta comunale di Venezia ha approvato il ricorso al Tar contro i provvedimenti di tutela di Venezia del Mibac, continuando la sua inarrestabile corsa allo sfruttamento economico della città, ignorando le mobilitazioni cittadine e le proteste del mondo scientifico. Due articoli pubblicati da Eddyburg. (AMBM)

da Eddyburg 24 aprile 2019

Il mal governo distrugge Venezia e la sua Laguna

di Edoardo Salzano   

Un’efficace sintesi di trent’anni di dissipazione di un patrimonio culturale e ambientale unico al mondo ad opera di politici opportunisti, miopi, voraci e complici dei promotori del turismo mordi e fuggi e delle grandi opere inutili. (i.b.)

La Laguna di Venezia è un ecosistema vasto e complesso che appartiene oggi a 9 comuni, le cui vicende sono correlate all’evoluzione di un bacino che ne comprende 110. Per dieci secoli, sino al xviii, il governo unitario della Laguna è stato garantito dalla Serenissima Repubblica. È un ambiente unico al mondo: è l’ultima laguna rimasta tale per secoli. Infatti la laguna è per definizione, un sistema in equilibrio instabile, tra due forze contrastanti: le acque dei fiumi che portano verso il mare gli apporti solidi e le onde marine che erodono le coste. Ghiaie, sabbia, limo, residui vegetali che i fiumi portano verso la foce si depositano assumendo la forma di lunghe “barre” semi sommerse che, poco a poco generano i più stabili lidi. Tra i lidi e i margini della terraferma si forma uno specchio d’acqua salmastra irrorato dalle acque dolci dei fiumi e da quelle salate del mare, che penetrano dalle bocche rimaste aperte tra i lidi. Il fondale è formato dagli innumerevoli letti dei meati fluviali che nei secoli lo hanno percorso, scavando dove più dove meno, depositando detriti in misura più o meno vistosa. Si creano terre che per qualche ora al giorno o qualche settimana all’anno emergono dalle acque e ospitano variabili vegetazioni e specie animali. Su questi isolotti, formati dalle foci dei numerosi corsi d’acqua, le prime famiglie di pescatori e poi i popoli fuggitivi dall’entroterra sospinti dalle ondate dei “barbari”, consolidarono il terreno, costruendovi dapprima abitazioni e villaggi, poi la loro città, Venezia.

La laguna è per sua natura condannata da due diversi e opposti destini. Se vince la forza dei fiumi terragni, se prevale l’accumulo dei depositi solidi ecco allora che la laguna da instabile e multiforme specchio d’acqua si trasforma in uno stagno, poi in una palude, e finalmente, magari bonificata dalle umane opere, in un campo. Se vince la forza delle onde marine, l’erosione asporta terra trasformando la laguna in un braccio di mare, baia o golfo.

Contro questi due destini la Serenissima ha combattuto vittoriosamente per mille anni perché ha impegnato in questo obiettivo tutte le intelligenze presenti, le tecnologie adeguate, le risorse mobilitabili, l’autorità disponibile, le capacità di amministrazione saggiamente costruite. La scommessa era mantenere un sistema permanente. Sistema: un organismo costituito da un complesso di elementi, ciascuno dei quali essenziale e vitale, e ciascuno legato agli altri da precise relazioni, non modificabili a piacere senza condurre il sistema al collasso. Permanente: capace di rimanere tale nel tempo, governato dalle medesime leggi mutevoli della natura, benché soggetto agli ulteriori cambiamenti che gli eventi esterni e l’azione dell’uomo producevano. Soprattutto, significava adoperare le leggi della natura con un’accortezza ancora maggiore di quelle che la natura stessa avrebbe impiegato, poiché si trattava di rendere permanente un sistema che essa avrebbe cancellato, in un modo o nell’altro.

La caduta della Repubblica di Venezia (1797) fu senza dubbio la causa più appariscente del cambiamento: la fine di un governo unitario della Laguna. Eventi più vasti erano accaduti e il mondo era cambiato. Il trionfo del sistema economico-sociale capitalistico aveva introdotto modi nuovi di governare i rapporti tra gli uomini e quelli degli uomini con la natura e il mondo circostante. Ogni frutto prodotto dall’uomo o dalla natura, da bene (oggetto dotato d’una sua individualità e di un suo valore d’uso) era stato trasformato in merce (mero deposito di valore di scambio, oggetto fungibile con qualsiasi altro). L’individualismo, molla potente del progresso quantitativo, aveva via via cancellato le regole della comunità, soprattutto là dove queste minacciavano il “diritto” all’appropriazione privata dei beni disponibili. L’ambiente naturale, fino ad allora rispettato e temuto compartecipe dell’essere umano nel suo progetto di trasformazione e utilizzazione del mondo, era diventato semplice materia prima dello sfruttamento capitalistico. Lo Stato era diventato strumento per l’affermazione d’ogni borghesia capitalistica, nella concorrenza feroce per l’impossessamento di “ambienti” diversi, di “nature” diverse da sfruttare, trasformare, alienare.

Questi grandi mutamenti si riflettono sulla Laguna di Venezia. Dissolto l’ombrello protettivo delle regole che tutelavano i regimi proprietari, e la stessa consapevolezza della laguna come bene comune, parti estese del territorio lagunare sono privatizzate (bonificate o trasformate in bacini chiusi da argini) e usate in vista di tornaconti immediati. Ridotto così (di circa un terzo in mezzo secolo) l’ambito dove potevano estendersi le maggiori alte maree e le piene dei fiumi sversanti in Laguna, sono aumentate le frequenze e le intensità delle inondazioni dei centri abitati. Analogo effetto ha avuto l’approfondirsi dei maggiori canali d’accesso e delle stesse bocche di porto per i dragaggi effettuati onde consentire l’ingresso alle zone industriali di navi di grande pescaggio. Masse imponenti d’acqua si sono riversate dal mare in Laguna ogni volta che la fase lunare, il vento e la depressione atmosferica aumentavano il dislivello tra l’acqua esterna e quella interna. Questi effetti sono stati aggravati da due ulteriori eventi. Da un lato, il venir meno dell’attività di manutenzione continua della rete canalicola nelle zone più lontane dalle bocche di porto ha reso le parti marginali della laguna più difficilmente raggiungibili dall’onda di marea, e quindi ha ridotto ancora il bacino d’espansione efficace. Dall’altro lato, le esigenze della produzione industriale hanno provocato, nella terraferma, l’attivazione di numerosi pozzi di prelievo dell’acqua di falda, causando l’abbassamento del livello di quest’ultima e, con essa, di quel soprastante strato solido di argilla compattata da millenni (il caranto) che sorregge i limi e le sabbie su cui sorgono Venezia e gli altri centri lagunari.

L’equilibrio della Laguna viene progressivamente compromesso. L’acqua del 1966, per l’effetto congiunto della tracimazione dei fiumi e di un’eccezionale alta marea marina, minaccia di distruggere Venezia e gli altri insediamenti lagunari. Si apre un vasto dibattito per comprendere come si può salvare Venezia. Emerge la verità: le logiche di trasformazione otto-novecentesche, incuranti delle caratteristiche peculiari dei territori, producevano danni irreversibili, occorreva cambiare radicalmente indirizzo e trattare la Laguna come un sistema. Un primo risultato di quel dibattito fu la legge 171 del 1973. In realtà la legge apparve il frutto del compromesso tra due logiche. Così le descrive Luigi Scano nel libro Venezia: terra e acqua: la logica che «concepisce la laguna veneziana come un comune bacino d’acqua regolato da leggi essenzialmente meccaniche», e quella che «intende invece la laguna come un delicato ecosistema complesso, regolato da leggi che, con qualche forzatura, sono piuttosto apparentabili alla cibernetica, e rivolge i propri interessi alla conservazione e al ripristino globale delle sue essenziali caratteristiche di zona di transizione tra mare e terraferma attraverso un complesso coordinato di interventi diffusi». Si procedette anche alla redazione di un Piano comprensoriale dei comuni della Laguna di Venezia e Chioggia avente il compito di delineare l’insieme delle soluzioni territoriali da adottare per l’intera area. Il piano non giunse mai all’approvazione finale. All’unità di governo e alla lungimiranza della Serenissima, la pasticciata Repubblica italiana aveva sostituito un farraginoso meccanismo, espressione delle volontà contrastanti (e quindi paralizzanti) di poteri dei Comuni e della Regione, nonché di uno Stato, che attraverso il Ministero dei lavori pubblici (e il suo braccio operativo locale, quale era divenuto l’antico e glorioso Magistrato alle acque), agiva secondo le sue logiche. Infatti, mentre il Comune di Venezia elaborava, attraverso un gruppo di studiosi (con la direzione scientifica di Andreina Zitelli e il coordinamento politico-amministrativo di Luigi Scano) una proposta fortemente guidata dalla visione ecosistemica del problema, il ministro Franco Nicolazzi (PSDI) affidava la salvaguardia di Venezia al Consorzio Venezia Nuova (CVN), un consorzio privato di imprese vocate e interessate alla scelte di soluzioni finalizzate alle opere edilizie anziché alla tutela dell’ambiente. La proposta del Comune, contenuta nel documento Ripristino, conservazione ed uso dell’ecosistema lagunare veneziano, descriveva come il processo degenerativo della Laguna tendesse a farne scomparire i connotati specifici e forniva un quadro organico e coordinato di azioni e interventi necessari, iscritti in una predefinizione globale ma costantemente ricalibrabile e collocati in sequenze temporali che ne garantissero ed esaltassero le sinergie positive.

La proposta sistemica del Comune fu sopraffatta dalla logica speculativa e meccanicista rappresentata dal Mose e dall’affidamento dei poteri di progettazione, realizzazione e gestione a un consorzio privato di imprese afferenti al settore delle costruzioni. Il MoSE si presentava come un grosso affare, e così è stato. L’opinione pubblica è stata persuasa che la salvezza di Venezia fosse garantita da quel progetto, nel quale erano riposte tutte le speranze. Speranze fallaci, come è stato facile dimostrare.

Tre sono i danni principali che il Mose ha prodotto. Il primo è la devastazione ambientale e la rottura del legame ecologico tra l’habitat del mare e quello della Laguna, dovuto all’inserimento delle gigantesche strutture di calcestruzzo nelle quali sono innestate le paratìe mobile. Il secondo è la spesa addossata al contribuente. La spesa per il MoSe è attualmente valutata in 5.500 milioni di euro e l’opera non è ancora finite. A questi si aggiungono i costi di esercizio e di manutenzione stimati in 100-130 milioni all’anno. L’onere é ulteriormente aggravato dal fatto che non è per nulla sicuro che il sistema progettato sia realmente attivabile senza rischi ancora maggiori di quelli dell’alta marea eccezionale. Esistono infatti notevoli dubbi mai fugati, sulla tenuta delle cerniere che legano i portelloni mobili al basamento e sulla capacità del sistema di far fronte alle maggiori altezze marine dovute ai cambiamenti climatici. Il terzo danno è costituito dalla gigantesca azione di corruzione esercitabile e in gran parte già esercitata, sulle istituzioni e su importanti settori della società veneziana. Il CVN non è concessionario dello Stato per il solo MoSE, il complesso degli interventi che gli sono stati attribuiti (senza alcuna gara d’appalto o altra forma di pubblico confronto) è di circa 8.333 milioni di euro. A fronte di questi soldi, meccanismi non trasparenti, interessi enormi e racconti di favori. Sono molti i dipartimenti universitari e le altre istituzioni culturali, gli istituti di ricerca, gli studi professionali, le testate giornalistiche e altri organi d’informazione che hanno goduto di benefici e contributi, diretti o indiretti, dal CVN.

Ad opera dei suoi stessi governanti, divenuti complici, il governo della città e della Laguna sono stati interamente affidati a operatori interessati unicamente alla massima estrazione di valore dal prodotto di una storia millenaria. Al progressivo degrado della laguna dovuto al sistema MoSE, che ha anche precluso lo studio e l’implementazione di interventi più efficaci, adatti e lungimiranti, si è aggiunto l’effetto devastante di forme del turismo dominate dagli interessi strutturalmente legati al profitto da esso ricavabile. C’è quello di massa, il turismo “mordi e fuggi”, quello che invade Venezia senza conoscerla, che l’ammira come una raccolta di cartoline, senza comprenderla. E c’è il turismo d’élite, quello dei ricchi, che ambisce a un palazzo sul Canal Grande, o almeno a un pied-à-terre modernamente attrezzato. Tutti ugualmente concorrono a cancellare una delle caratteristiche che fanno della città un unicum e un modello per qualunque città che voglia essere davvero vivibile: l’equilibrio tra pietre e corpi, tra spazi e abitanti, tra città e comunità; quell’equilibrio che si può ancora vivere in qualcuno dei campi lasciato alla sua vita quotidiana. Un equilibrio minacciato anche dalla pressione sul mercato immobiliare. Le grandi navi cariche di turisti, dal canto loro, inquinano l’aria e le acque, distruggono la morfologia dei fondali, la biodiversità e l’equilibrio ecologico della Laguna; ma rimangono poiché dietro di esse prosperano interessi locali e globali, tutti solidali nello sfruttamento turistico.

Ancora una volta, il destino della città e il destino della sua laguna sono strettamente intrecciati. La ricchezza effimera portata dal turismo, come degrada la città, così compromette la Laguna. Se vi fosse una classe dirigente degna di questo nome, essa assumerebbe come punto di partenza il rapporto equilibrato e dinamico che si manifestato per secoli (e forse ancora sopravvive), tra gli elementi fisici della città e dell’ambiente e il concreto e complesso tessuto sociale ed economico (la popolazione, le attività produttive, i commerci, l’insieme insomma della vita quotidiana).

Un futuro realmente moderno dovrebbe fondarsi sulla consapevolezza che le qualità accumulate in un lungo, sistematico e intelligente lavoro di padroneggiamento della natura e della storia sono un patrimonio da amministrare con saggezza e lungimiranza. Ma chi oggi gestisce il potere non lo comprende e perciò lo distrugge.

Articolo scritto per il Semestrale dell’ANPI «Resistenza e Futuro» che quest’anno compie vent’anni. In corso di pubblicazione e presto consultabile sul sito dell’ANPI Venezia.

Il Comune si oppone alla tutela di Venezia

 di Ilaria Boniburini e Edoardo Salzano   
(da Eddyburg 28 marzo 2019)
Il 26 marzo la giunta comunale di Venezia ha approvato il ricorso al Tar contro i provvedimenti di tutela di Venezia del Mibac, continuando la sua inarrestabile corsa allo sfruttamento economico della città, ignorando le mobilitazioni cittadine e le proteste del mondo scientifico.
Il Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibac) ha istituito con Decreto del 31 gennaio 2019 il vincolo di tutela dei beni culturali ai sensi dell’ art. 12, D. Lgs. 42/2004 al Canal Grande, al Bacino e Canale di San Marco e al Canale della Giudecca, riconoscendo per la prima volta in Italia l’interesse storico-artistico delle vie d’acqua urbane.
L’applicazione del vincolo impedirebbe in questi canali il transito delle grandi navi, che (come abbiamo più volte spiegato in questo sito) sono una delle principali cause della devastazione della Laguna di Venezia, soggetta ad un drammatico processo erosivo causato dal moto ondoso e l’atrofizzazione della rete dei canali naturali provocato dall’entrata in laguna di questi transatlantici. Ricordiamo che l’effetto negativo di queste navi é riconosciuto dal mondo scientifico nonché sancito dal Decreto Clini Passera n° 79 del 2 marzo 2012, con il quale si stabiliva che nella Laguna di Venezia era vietato il transito nel Canale di San Marco e nel Canale della Giudecca delle navi adibite al trasporto di merci e passeggeri superiori a 40.000 tonnellate di stazza lorda.Applicare questa tutela non significa che le grandi navi devono essere estromesse solo da Bacino di San Marco, soluzione non sufficiente per salvare Venezia dai processi di degrado in corso, ma devono essere estromesse dalla Laguna di Venezia. Quindi la folle proposta, che continua a ripresentarsi, di far risalire le navi da crociera lungo i canali industriali dalla bocca di Malamocco per approdare al Porto di Marghera o proseguire per raggiungere la Marittima attraverso il canale Vittorio Emanuele non è accettabile. Questa ipotesi, come spiegato da Andreina Zitelli , prevede stravolgenti trasformazioni urbane per adempiere ai bisogni logistici, ma ancora prima implica imponenti scavi ai canali industriali. Ricordiamo che il canale dei Petroli é anche esso soggetto a restrizioni, in quanto leggi vigenti prevedono che deve essere ridimensionato e riconfigurato, riducendone l’impatto negativo che esso ha sulle dinamiche dei canali naturali. Le Leggi speciali prevedono il «riequilibrio idrogeologico della laguna, […] l’arresto e inversione del processo di degrado del bacino lagunare e l’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, […] l’innalzamento delle quote dei fondali determinatesi per l’erosione presso le bocche di porto e nei canali di navigazione». Tutte le soluzioni che mantengono l’entrata delle grandi navi nella Laguna dalla Bocca di Porto di Malamocco – percorrendo tutto o parte del Canale dei Petroli per fermarsi o a Porto Marghera o attraverso percorsi differenti arrivare alla stazione Marittima di Venezia – sono da scartare perché prevedono lo scavo di diversi milioni di sedimenti, anche contaminati, andando ad aggravare irrimediabilmente i danni all’ecosistema lagunare già prodotti negli anni industriali.

Questo nuovo decreto per tutela del Canal Grande, del Bacino e Canale di San Marco e del Canale della Giudecca non deve far abbassare la guardia e la mobilitazione cittadina per la difesa della Laguna. Infatti, la giunta comunale due giorni fa, il 26 marzo,  ha approvato il ricorso al Tar contro i tre provvedimenti del Mibac e continuerà con ignoranza e spregiuticatezza la sua opposizione alle argomentazioni scientifiche, alle leggi e i piani vigenti messe in campo per la difesa della Laguna. L’alleanza tra i gestori delle grandi navi e dello sfruttamento turistico, i forti poteri economici, l’Autorità Portuale e l’amministrazione locale sono decisi a dilapidare il patrimonio accumulato con sapienza nei corso dei secoli per fare profitti. A questi poteri bisogna ribellarsi.

Sulle grandi navi a Venezia e le mobilitazioni contro le navi nella Laguna trovate in eddyburg molti articoli, per orientarvi potete cominciare con leggere «Venezia: perchè “No alle grandi navi»,

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