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Il manifesto per tutela di beni culturali, paesaggio, ambiente e altro

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Foto AMBM

Giovedi’ 4 Maggio si è tenuto in Campidoglio  un  incontro promosso da Sinistra Italiana  a partire dal manifesto ” SINISTRA, SVEGLIA!”, primo firmatario Vittorio Emiliani insieme a Paolo Berdini e Luigi Manconi,  che mettiamo in calce, sui temi del paesaggio e dei beni culturali, dell’ambiente e delle città*.

Pubblichiamo l’intervento di Anna Maria Bianchi di Carteinregola** e il manifesto.

Le parole non bastano

intervento di Anna Maria Bianchi

Carteinregola lavora da ormai quasi cinque anni sul territorio di Roma,  un luogo che può ben rappresentare   molti problemi  e contraddizioni di tutto il Paese, non solo in quanto Capitale,  ma soprattutto come specchio,  spesso  deformante.

Partirò da questa premessa, con tutti i limiti che avrà comunque una riflessione sulla situazione di Roma rispetto ai punti affrontati dal Manifesto, che riguardano l’Italia intera. Ma non parlerò dei punti, dato che non si può che concordare, per  buona parte, sulla  dolorosa analisi. Parto dall’esperienza di Carteinregola per parlare del “cosa fare” e “con chi”.

Una città ammalata.

La situazione sintetizzata nel Manifesto si può quasi interamente declinare nei tanti  disastri della Capitale. Con tutte le aggiunte e aggravanti che conosciamo, dalle buche, allo stato di abbandono di molti  spazi e beni pubblici,  all’emergenza abitativa, alla mobilità da terzo mondo.

Ma tutto questo non è che la superficie, la pelle. Il vero male di Roma – e forse di molti pezzi dell’Italia – è il danno inflitto alle persone, alla loro speranza, alla loro dignità. E il venire meno della solidarietà, dell’identità e del senso di appartenenza a  comunità ancorate sul territorio.

Roma è  una città in cui la povertà e le disuguaglianze sono impresse nella superficie sgualcita degli spazi pubblici, nel degrado, nei vuoti, nelle incompiute, nei tempi morti.

E se per molti parlare di Mafia capitale è un’esagerazione (e  oggetto di una  rimozione collettiva),  basta cambiare sguardo e se ne possono vedere le tracce in ogni anfratto della nostra città, nelle strade senza manutenzione, nelle aree verdi non curate, negli autobus scalcinati, negli abusi edilizi, nella gente che dorme in macchina, nei tavolini che occupano illegalmente i marciapiedi, nelle liste d’attesa per un esame medico urgente. E  nel “si salvi chi può” del cittadino arreso, che difende il suo spazio da chiunque, senza solidarietà e senza  sguardo al futuro. Neanche per i suoi figli.

E le mappe di  Roma ormai sono due, di qualunque tema si traccino i  perimetri: quella che somma i due municipi centrali, dove tutto va un po’ meglio, dal reddito ai trasporti pubblici – tranne l’età media –  e quella della corona di quartieri che si allungano oltre il GRA, dove vivere è man mano più difficile. E sono le stesse due Rome che ormai si contrappongono puntualmente  anche nei risultati elettorali.

Prendersi cura della città e dei cittadini di oggi e di domani.

La “chiamata alle armi” del Manifesto di Emiliani, Berdini e Manconi è urgente e condivisibile anche da chi – come  Carteinregola che è un’associazione apartitica- non si riconosce necessariamente nel titolo  “Sinistra sveglia”.

Ma per   dare  battaglia  – una battaglia culturale e sociale prima ancora  che politica – bisogna  essere coscienti di alcune  cose.

  1. La battaglia per la tutela dei beni culturali e  dell’ambiente o per una diversa politica urbanistica e dei trasporti deve essere  tutt’uno con quella dei diritti delle persone, per la cancellazione  delle disuguaglianze e per la ricostruzione della solidarietà sociale.
  2. Analizzare e indicare  la strada è indispensabile, ma la battaglia deve incarnarsi lontano da qui, lontano dagli incontri in Campidoglio, nei territori dove vivono quelli che dovrebbero essere i nostri compagni di strada: i cittadini, i lavoratori, i disoccupati, i poveri. Con un racconto e un linguaggio comprensibili da tutti. Da tutti.
  3. Ritrovare e far crescere la motivazione a prendersi cura della città. Viviamo  un periodo in cui l’impegno del singolo per la collettività va restringendosi sempre più, e questo non riguarda solo i partiti:  da tempo tra le  associazioni e i comitati di Roma è in atto un  calo di cittadinanza attiva. Sarebbe importante capirne le cause:  forse sono  le difficoltà quotidiane che aumentano l’individualismo, o forse il senso di impotenza dei cittadini, che  li spinge a cercare altre forme di autorealizzazione o di sollievo .
  4. Le forme di organizzazione  tradizionali dei partiti,  e anche delle realtà  associative,  non sono più in grado di coinvolgere i cittadini.  Troppo spesso le iniziative sono episodi sconnessi,  senza  continuità di impegno e di pressione sulle controparti  in grado di produrre  risultati nella realtà,  crescita nelle coscienze, fiducia in se stessi. E non ci si può rassegnare a creare dei surrogati della partecipazione usando il web come canale di condivisione. Non esistono scorciatoie: se si vuole davvero cambiare qualcosa non è più tempo di scrivere e presentare  libri, firmare appelli, organizzare convegni a cui partecipano sempre le stesse persone. Bisogna cambiare prospettiva, andare dappertutto, condividere esperienze, esercitare coerenze convincenti . Anche usare la rete, come complemento ormai indispensabile a mettere insieme le voci di una città così dispersa. Ma è necessario costruire percorsi che permettano anche di incontrarsi fisicamente, parlarsi e mettersi a lavorare insieme.
  5. I partiti non dialogano  più con nessuno. Sono soprattutto  scatole vuote gestite da poche persone, in cui la sopravvivenza della scatola conta più del contenuto. Alternative vanno trovate. Ma credo che sia  ora di abbandonare gli schemi mentali della contrapposizione  “a prescindere”  con gli altri partiti e movimenti,  per sostenere o  difendere il proprio partito.  Come la donna disposta a rinunciare al proprio figlio conteso da un’altra piuttosto che vederlo tagliare in due, vince chi mette al primo posto il bene dei cittadini, i diritti dei  poveri, il mondo dei nostri figli. Aprendo le porte  anche agli avversari (alcuni avversari), cercando di lavorare sui valori  comuni, o su fronti condivisi volta per volta, facendo  tesoro della diversità degli altri e contaminando  gli altri con la propria diversità.

In questi tempi difficili, come in tutti i tempi difficili, ognuno si mostra  per quello che è davvero.

E noi –  uomini e donne di buona volontà – potremo vincere questa battaglia combattuta per tutti solo se saremo disposti a metterci in gioco  fino in fondo  per i valori in cui crediamo.

Più con l’esempio che  con le parole

 Anna Maria Bianchi Missaglia

Belpaese allo sfascio, da Berlusconi a Renzi – C’è ancora qualche forza politica a favore della tutela di beni culturali e paesaggio? – Sinistra sveglia!

di Vittorio Emiliani Paolo Berdini Luigi Manconi

PREMESSA

Sulla pessima legge Caleo (Pd) sui Parchi che praticamente sfascia la legge Cederna-Ceruti del ’91 approvata a larga maggioranza dal Parlamento nel 1991 (con un governo pentapartito, Andreotti-Martelli, non un governo “sovversivo”) si è ridestato alla Camera un certo spirito, non preconcetto, di opposizione. Le sparse forze della Sinistra si risvegliano cercando di evitare, tardi purtroppo, il disastro definitivo.

Ecco un test evidente della assoluta necessità di riunire le energie riformatrici di una Sinistra ora frammentata attorno ad alcuni punti programmatici di fondo. Noi ci siamo provati a rimarcare una serie di questi punti che riguardano politiche fondamentali per la cultura, i beni culturali e paesaggistici, l’ambiente, l’urbanistica, le città, il territorio. Temi sui quali da anni ormai le sparse forze di sinistra dicono poco o nulla e sui quali il Partito Democratico è purtroppo diventato, con Renzi, l’antagonista delle forze che si battono per la tutela, sostenendo e approvando lo Sblocca Italia, il silenzio/assenso, le “riforme” Franceschini e Madia, l’abbattimento di controlli tecnico-scientifici su legalità, trasparenza, qualità di piani e progetti, l’indebolimento continuo della rete di salvaguardia degli interessi generali, riducendo tutto a merce, a profitto, a guadagno immediato.

Vi sottoponiamo queste riflessioni con la sola pretesa di riaccendere un dibattito concreto e coraggioso rompendo un silenzio durato troppi anni rispetto alle tradizioni e ai risultati importanti (diciamolo) degli anni ’60, ’70 e ’80 fino al 1991, cioè fino alla legge di Antonio Cederna (Sinistra Indipendente) e Gian Luigi Ceruti (Verdi) che generò la creazione di ben 18 nuovi Parchi Nazionali.

Alcune linee di programma

I partiti, anche quelli di centrosinistra e di sinistra, sembrano avere messo da parte la fondamentale bussola (straordinaria) dell’art. 9 della Costituzione. Sembrano aver rinunciato cioè ad una politica attiva per il  patrimonio storico e artistico, per il paesaggio e per l’ambiente proprio nel momento in cui i giovani mostrano un rinnovato interesse per i drammatici problemi del cambiamento climatico, degli inquinamenti diffusi, dello sfascio idrogeologico del Belpaese. Proprio nel momento in cui papa Francesco dedica una Enciclica ai problemi planetari dell’ambiente che l’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump aggraverà pesantemente. Anche il carbone va bene, purché “first America!”

In questi anni e mesi non si è costruito in Italia una Stato regionale moderno. Si è svuotato e sfasciato lo Stato già esistente, distruggendo o devitalizzando le strutture tecnico-scientifiche di servizio e di controllo, abbassando il livello qualitativo dei tecnici stessi. Del resto, dal punto di vista meramente numerico le strutture centrali e periferiche del Ministero dei Beni Culturali e dell’Ambiente sono, come è noto, ridotte a entità inessenziali e inefficaci.

Beni culturali e paesaggistici: storicamente non hanno ricevuto attenzioni vere e costanti e tuttavia mai come nell’ultimo ventennio, dai governi Berlusconi ai governi Renzi ed ora Gentiloni, si è prima dissanguato e poi sconvolto il sistema antico e collaudato della tutela. Con quale scopo? Puntare sulle privatizzazioni e sulle valorizzazioni turistico-commerciali scindendo quest’ultimo aspetto dalla tutela e separando i nostri numerosissimi Musei dal loro essenziale contesto e alimento territoriale. Bisogna urgentemente ribaltare questa strategia.

Urbanistica: lo stesso è avvenuto per la pianificazione urbanistica che, da strumento nel quale gli interessi di carattere generale risultavano prioritari rispetto a quelli privati, è scaduta in generale a contrattazione fra pubblico e privato con una sostanziale prevalenza del secondo nel disegno delle città e del territorio. Specie dopo l’affermarsi, anche nelle Amministrazioni di centrosinistra, del principio dei “diritti acquisiti” da parte dei proprietari e il sostanziale abbandono dello strumento dell’esproprio. Per ora si è evitata la sciagura della legge urbanistica a firma Maurizio Lupi, ma le nuove proposte di leggi regionali (Sardegna e Emilia Romagna) aggravano –se possibile- quella impresentabile proposta. Il disastro bloccato a livello centrale dilaga nelle Regioni.

Città: da oltre un ventennio sono state sottoposte ad una insostenibile politica di taglio dei bilanci. Ogni anno vengono tagliati i trasferimenti centrali e per far fronte alle aumentate funzioni i comuni sono stati costretti a praticare due strade. Da un lato aumentare l’imposizione locale; dall’altro avviare (Firenze ne è l’esempio paradigmatico) la svendita del prezioso patrimonio immobiliare pubblico. Le città hanno dunque smesso di costruire, ampliare e garantire il welfare urbano che aveva connotato la seconda metà del novecento e in mancanza di risorse adeguate, soprattutto, hanno abdicato al fondamentale ruolo di prefigurazione di idee e progetti in grado di migliorare la vita dei cittadini.  La costruzione del futuro delle città in termini di aumento delle dotazioni pubbliche (verde, servizi, trasporti non inquinanti) e in termine di sostenibilità energetica e ambientale –bloccando per sempre le ormai inutili espansioni urbane- è il grande progetto in grado di portare il paese fuori dalla crisi.

Confronto col passato: una grande distanza separa dunque la politica attuale per la cultura da quella praticata, a livello nazionale e locale, dai governi di centrosinistra e dalle Giunte di sinistra e di centrosinistra in anni ormai lontani. Le Giunte “rosse” destinavano somme rilevanti al welfare comunale e anche alle istituzioni culturali come biblioteche (diffuse a rete), teatri stabili, auditori, orchestre, ecc. e si dotavano di piani urbanistici. Dal 1970, sull’esempio di Bologna, anche di piani di recupero e di restauro dei centri storici. Lo stesso hanno fatto in una prima fase le Regioni aggiungendovi la creazione di Parchi regionali a partire dal primo in ordine di tempo, quello del Ticino istituito con legge popolare nel 1974 (nel tempo sono diventate ben 136 le aree regionali protette).

Edilizia economica dove sei? Con la legge 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare, con la legge-ponte per l’urbanistica del 1968, con la legge sulla casa del 1972 l’Italia ha cercato, sotto la spinta dei sindacati, di sottrarre uno stock importante di aree fabbricabili al mercato speculativo, di dare impulso ad una edilizia sociale incisiva. Allora si giunse a percentuali europee di edilizia economica, cioè vicina al 25%, mentre negli anni scorsi si è precipitati al 4 % dopo aver portato la proprietà della casa all’80 % “obbligando” al mutuo centinaia di migliaia di giovani coppie. Ci consideriamo europei, ma ignoriamo che in Germania l’affitto rappresenta tuttora il 57 % del mercato, in Olanda il 47, in Danimarca il 45, in Francia e in Austria il 41. E’ nei Paesi meno sviluppati come Portogallo, Grecia, Italia che le percentuali dell’affitto si abbassano ai livelli minimi, fra il 28 e il 20 %. Un autentico dramma dal punto di vista sociale. Un’altra strategia liberista da ribaltare in un rapporto non più subalterno coi privati.

Quei rivoluzionari di Dozza e Mancini. Ci siamo lasciati imprigionare, anche in Europa, in una gabbia neo-liberista riducendo welfare sociale e culturale. Oggi un sindaco che vincolasse a verde privato e pubblico 3500 ettari di collina urbana come fece Giuseppe Dozza (assessore Armando Sarti) a Bologna nei primi anni ’60 sarebbe considerato un autentico “eversore rivoluzionario”. Al pari di un ministro che vincolasse a verde pubblico 2500 ettari di Appia Antica, alla Caffarella, come fece Giacomo Mancini nel 1965. Subito si griderebbe agli interessi privati violati e offesi. Non meno rivelatrice appare una immagine fotografica, sempre di quegli anni, nella quale il ministro Giovanni Pieraccini spiega ai costruttori la propria legge urbanistica (bocciata poi alla Camera per 8 voti appena) e quelli gli si serrano sotto la tribuna agitando i pugni e le mani. E’ pensabile oggi? No, e non per un accresciuto livello di educazione dei costruttori bensì per l’eclissi del pensiero politico. Ma è a quegli esempi che dobbiamo tornare con orgoglio e convinzione.

All’epoca le associazioni di cittadini, in  specie Italia Nostra, nata nel 1955 e presieduta prima da Umberto Zanotti Bianco e poi dallo scrittore Giorgio Bassani, esercitavano una forte pressione sui governi locali e nazionali, avanzando proposte, appoggiando politiche culturali, ambientali e urbanistiche illuminate, avanzate. Presto anche il WWF Italia si sarebbe affiancato sul piano naturalistico e paesaggistico.

La politica nazionale dei trasporti – che incide su paesaggio e ambiente – puntava allora tutto sulla gomma (automobili, autotreni, Tir, ecc,) su strade e soprattutto autostrade. Poi vennero tagliati i  cosiddetti “rami secchi” ferroviari che servivano invece con ogni stagione, anche con la neve più alta, intere vallate appenniniche e prealpine, penalizzando migliaia di pendolari e spingendoli alla emigrazione definitiva verso le aree metropolitane. Mentre gli autobus sono più lenti, inquinanti e con le grandi nevicate devono fermarsi. Tragicomicamente la soppressione delle linee ferroviaria Calalzo-Cortina e Cortina-Dobbiaco ha fatto di Cortina d’Ampezzo una delle città più inquinate. Nel Sud poi il trasporto ferroviario risulta ancora più carente. Un dramma sociale. Dobbiamo incoraggiare con forza una ripresa della “cura del ferro”, nelle città, nelle aree metropolitane, nelle vallate alpine e appenniniche (al pari di Svizzera e Austria).

Legge Galasso e Codice. Bastarono pochi anni e già alla fine degli anni ’70 le Regioni si incepparono, anzi incepparono l’azione pubblica a favore dei cittadini. Ricevute deleghe essenziali dallo Stato, non le attuarono o quasi. Nel 1985 – quando il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali era nato da un decennio – i partiti nazionali decisero di votare quasi alla unanimità la bella legge n. 431, chiamata legge Galasso, per i piani paesaggistici. Ma soltanto 4 Regioni la attuarono nel tempo previsto. Altre vi giunsero in ritardo. Altre ancora non l’attueranno mai. Una trentina di anni più tardi la storia, avvilente, si ripete: appena 3 i piani paesaggistici Stato-Regioni redatti in base al Codice per i beni culturali e paesaggistici (Toscana, Puglia e Piemonte, più il piano Soru per le coste sarde). Eppure il Codice, nella sua versione più recente, Rutelli-Settis, risale ormai a nove anni or sono. Né il Ministero opera nessuna pressione, nessuna moral suasion. Anzi, assiste ad esempio inerte allo smantellamento sistematico del piano paesaggistico della Regione Sardegna in atto in questi ultimi anni. Anche questa è una strada da riprendere, con la massima energia.

Difesa del suolo. Sorte analoga ha avuto un’altra bella legge, la n.183 del 1989, per le Autorità di bacino e la difesa del suolo, modellata sulla Themes Authority britannica la quale aveva riunito in sé i poteri di migliaia di enti del bacino del Tamigi risanando il grande fiume. Avversata la n. 183 da Regioni e Comuni, devitalizzata dai particolarismi. Coi risultati che conosciamo, che patiamo di continuo. In modo grottesco vi sono state forze politiche che si opponevano ad una gestione interregionale del Po proponendone una spezzettata fra Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto…

Alluvioni, tragedie evitabili. Contemporaneamente veniva subite in modo passivo tragedie nazionali dovute alle alluvioni (esaltate dall’abusivismo edilizio, dalla coltre di cemento e asfalto stesa sul Paese, soprattutto al Nord) e ai terremoti. Un ragionevole piano era stato messo a punto per la difesa del suolo. Un altro parallelo poteva essere messo a punto per la sicurezza anti-sismica. E può esserlo oggi. Ma i governi Renzi e Gentiloni chiacchierano di Casa Italia, cioè di un “magico” piano secolare, e oltre, in cui c’è dentro di tutto: sicurezza sismica, idrogeologica, riqualificazione delle periferie, ecc. Mentre gli esperti veri suggeriscono un piano antisismico che concentri sforzi e risorse nelle zone “rosse” a più alta pericolosità (dorsale appenninica dalla Sicilia alla Calabria fino alle Marche, più alto Friuli), con risorse e tempi certi. Discorso che vale anche per la difesa del suolo (spesso le aree di maggior pericolo in Appennino coincidono). Non coi grandi e inutili contenitori – “criminogeni” secondo lo stesso Raffaele Cantone – delle Grandi Opere. Bensì con piani fondati, dettagliati, fatti di tante opere ben studiate e coordinate.

Tecnostruttura pubblica: senza di essa nessun ritorno alla pianificazione sarà seriamente fattibile. Con controlli incisivi e rapidi sulla qualità dei progetti privati e pubblici, sulla trasparenza degli appalti, ecc. Nella tecnostruttura pubblica avevano un grande ruolo le Soprintendenze. Le quali sono state dissanguate, negli uomini, nei mezzi e nelle professionalità, dai governi Berlusconi scendendo dallo 0,40 % della spesa statale del 2000 allo 0,19 del 2010, per risalire ora allo 0,25 % fra squilli di trombe stonate. Siamo sempre al 22° posto in Europa e dietro di noi ci sono soltanto la derelitta Grecia e la Romania.

Soprintendenze frustrate, Associazioni meno combattive. Il crescente indebolimento quantitativo/qualitativo delle Soprintendenze è stato funzionale al crescere del peso e della invadenza dei privati, spesso portatori dei peggiori interessi. Con la soluzione finale del silenzio/assenso praticamente garantito anche di fronte ai progetti più scadenti e della subalternità (con la “riforma” Madia) delle Soprintendenze nientemeno che a Prefetti e Prefetture. Con la presenza nelle decisive conferenze dei servizi di funzionari designati dal Prefetto e che potranno anche non essere dei Beni Culturali. Follia pura e via libera ai progetti peggiori. Una “deforma” da spazzare via, quasi totalmente.

A questo punto occorre notare che nell’ultimo ventennio le stesse associazioni per la tutela si sono sempre più indebolite, soprattutto quelle che vivono, non del tesseramento e del volontariato, bensì di progetti e di gestioni economiche finanziate dallo Stato e dalle Regioni, magari da Arcus. Tutto ciò non può non dare luogo a posizione acritiche figlie di una strutturale dipendenza dalla politica. La peggiore dipendenza anzi.

Sui Parchi indietro tutta. Un “test” fondamentale è stato quello della legge Caleo (Pd) che ha stravolto la buona legge sulle aree protette, la 394 del 1991 che va intitolata ad Antonio Cederna e a Gianluigi Ceruti. Entrambi esponenti di spicco di Italia Nostra prima maniera. Il governo in carica nel ’91 era un Andreotti-Martelli con Giorgio Ruffolo ministro dell’Ambiente. Di fronte allo snaturamento della 394/91, c’è voluta la durezza di piccole associazioni, di comitati, di singoli naturalisti  per convincere le associazioni maggiori che si stava sfasciando la legge sui parchi commercializzandoli e di fatto trasformandoli come volevano i governi Berlusconi. La maggioranza Pd saldata col centrodestra è andata avanti lo stesso e però il contrasto con alcune associazioni è stato molto marcato. Per le aree protette – essenziali alla salute degli italiani e ai paesaggi alpini, appenninici, fluviali e alla qualità del mare dobbiamo letteralmente “ricostruire” una strategia nazionale e regionale.

Nel vastissimo ambito dei beni culturali e paesaggistici l’azione dei governi Berlusconi e poi Renzi-Gentiloni si è basata su questi punti: 1) “valorizzazione” economica (Patrimonio SpA, ecc.) del patrimonio storico-artistico; 2) privatizzazione strisciante dei grandi musei ritenuti “redditizi”; 3) riduzione come abbiamo già detto dei controlli qualitativi ai vari livelli sulle opere e sui lavori pubblici; 4) taglio o congelamento delle già scarse risorse affidandosi ai privati; 5) ripetuti condoni edilizi e ambientali.

Rai e cultura. Pur essendo ormai finanziata al 65-70 % dal canone, la Rai continua a privilegiare trasmissioni di pura evasione (per usare un eufemismo) confinando nei canali del digitale terrestre, dagli ascolti minimi, la cultura e facendo sparire o annacquando sempre più (vedi soprattutto Geo&Geo) le trasmissioni sull’ambiente. La soppressione sostanziale di “Ambiente Italia” è stato l’ultimo e decisivo colpo alla presenza Rai con dirette e inchieste sul campo sui problemi dell’inquinamento, dello sfascio idrogeologico, del turismo che trasforma le città in altrettanti caravanserragli di paccottiglie varie. Una decadenza rispetto a pochi anni fa davvero disastrosa e che rimonta alla dipendenza diretta della Rai dal governo e dal Pd di Renzi soprattutto. Un altro tassello importante della crisi culturale della più importante (un tempo) industria culturale italiana.

La Sinistra cambia, spariscono i Verdi. Parallelo all’indebolimento delle associazioni per la tutela più condizionate dai contributi finanziari regionali e statali è maturato nei partiti di sinistra e di centrosinistra una idea “produttivistica” e quindi “privatizzatrice” di questi beni pubblici fondamentali. E sono spariti dalla scena politica i Verdi, presenti ancora in forze in Francia, in Germania, in Olanda, nei Paesi scandinavi. I Verdi che anche in Italia erano stati influenti nei consigli comunali, regionali e nelle aule parlamentari. La gestione di Alfonso Pecoraro Scanio ha prima devitalizzato e poi posto una pietra tombale su un movimento ambientalista diffuso eliminando così un referente politico fondamentale per quanti continuano a battersi nel Paese per arginare l’alluvione di decreti legge, di decreti ministeriali, di emendamenti dell’ultimo minuto che hanno sempre più scassato la macchina della tutela.

Quali referenti sono rimasti dunque a coloro che non si rassegnano, dentro e fuori dalle associazioni? A coloro che si sono riuniti nel cartello di “Emergenza Cultura” o nel Gruppo dei 30 a favore delle aree protette? Alcune individualità nel Partito Democratico che in grande maggioranza appoggia la politica Renzi-Franceschini-Galletti di regressione, di privatizzazione, di indebolimento della tutela e delle strutture pubbliche in generale. Poi vi sono le forze per ora sparse della sinistra (Sinistra italiana, Movimento Democratici e Progressisti, per il quale mercoledì 22 l’on. Speranza si è espresso per un forte “impegno ecologista e ambientalista”, Giuliano Pisapia, Possibile di Civati, ecc.) alle quali vien fatto di chiedere almeno un pronto coordinamento se non altro programmatico su questi e su altri temi strategici, sul più generale svuotamento dello Stato, e poi una unificazione virtuosa che ridia speranza e obiettivi al popolo della sinistra.

Resta il M5S. Dal suo interno sono venuti segnali sporadici di interesse per queste tematiche e però il caso Roma – dove gran parte dell’attenzione della Giunta Raggi si è concentrata sulla “ri-contrattazione” del progetto di nuovo Stadio della Roma – ha fatto cadere talune illusioni forse precoci. Tuttavia non si può dare per perso a queste battaglie un movimento sostenuto e votato da tanti giovani.

Rifare l’Italia, rifare lo Stato moderno. Di recente alcuni esponenti della Sinistra hanno lanciato l’idea di una “Costituente delle idee”. Senza presunzione abbiamo cercato di fornire un contributo politico-programmatico che riporta al centro lo Stato moderno, l’interesse generale, il valore “in sé” (non mercificato) della cultura, la necessità di tornare a pianificare nell’interesse dei cittadini, l’indispensabilità di “ricostruire” un Ministero oggi devastato come quello per i Beni Culturali, la sua dotazione di risorse umane, anzitutto, tecniche e finanziarie, agendo anche sul Ministero dell’Ambiente la cui azione è diventata quasi irrilevante per debolezza, conformismo e quindi decisamente negativa.

Per “rifare l’Italia”, per “rifare lo Stato” moderno nelle sue articolazioni tutto ciò è prioritario, è urgente. E’ indispensabile.

Vittorio Emiliani    Paolo Berdini     Luigi Manconi

Roma, marzo 2017

 

 

*Intervengono Vittorio Emiliani, Fabio Mussi, Paolo Berdini, Loredana De Petris, Maurizio Acerbo, Davide Zoggia. Sono stati invitati tra gli altri: CarteinRegola, Comitato Tor di Valle, Coordinamento Residenti Città Storica, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Italia Nostra, Legambiente. WWF.

*Carteinregola è un’associazione apartitica, che, come previsto dal suo Regolamento,  ha deciso di accettare l’invito a partecipare al dibattito dopo una valutazione da parte del suo direttivo degli argomenti in discussione, come già accaduto in passato per analoghi inviti di PD, SEL, M5S e varie associazioni e organizzazioni, cittadine e non solo. (scarica il regolamento-carteinregola-12-luglio-2016)

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