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Il Mibact non ha comprato il Colombario dei Liberti di Augusto, sull’Appia Antica

emergenza cultura logoPubblichiamo  il Comunicato di Emergenza Cultura e due articoli di  Giuseppe Pullara ( da Il Corriere della sera) che raccontano come il Ministero dei Beni Culturali  si sia fatto scappare l’occasione di acquisire al Patrimonio pubblico il Colombario dei Liberti, sull’Appia Antica, dove fino a poco tempo fa c’era un ristorante. Nonostante la tempestiva segnalazione della Direttrice del Parco dell’Appia Antica  della possibilità di acquistare il Colombario per una cifra modesta – 240 mila euro –  grazie  alla prelazione, un primo diniego  “per mancanza di fondi” ha fatto sfumare l’occasione, nonostante  un tardivo interesse del Ministro l’ultimo giorno utile  (e  sarebbe  grave se, come scritto da Pullara, nessuno avesse “suggerito al ministro di esprimere formalmente, con un documento, la decisione di procedere alla prelazione per poi passare al necessario iter onde arrivare all’acquisto da parte dello Stato della metà di un monumento altamente significativo dei costumi dell’età augustea…”) (AMBM)

Emergenza cultura  – Comunicato 10 luglio 2017

E dunque il colombario dei liberti di Augusto sull’Appia non diventerà parte del patrimonio dello Stato e quindi bene disponibile per il godimento di tutti (https://emergenzacultura.org/2017/07/04/giuseppe-pullara-colombario-di-augusto-costa-240-mila-euro-ma-il-mibact-non-lo-compra/).

Non si tratta solo di un caso spiacevole e fortuito. Questa vicenda evidenzia innanzi tutto la superficialità e l’incapacità di visione di chi, al Collegio romano, dovrebbe elaborare le politiche sul nostro patrimonio.
L’approssimazione dimostrata – anche a fronte di una richiesta culturalmente argomentata in maniera ineccepibile e nei tempi utili alla possibile prelazione, così come era avvenuto da parte della Direzione del Parco dell’Appia – sottolinea come questo genere di iniziative – l’acquisizione di beni culturali per il pubblico patrimonio – siano ormai lette come residuali.
Tale disinteresse è dimostrato non solo dal primo diniego specifico pur di fronte ad una cifra, in termini economici, di assoluta modestia, ma dalla totale mancanza di una precisa programmazione in questo settore.
Programmazione indispensabile soprattutto a fronte delle note carenze di budget del Ministero: se non si hanno risorse infinite, a maggior ragione si devono stabilire, sulla base di una precisa visione di politica culturale, dei criteri di valutazione che permettano di scegliere, di volta in volta.
Senza essere succubi – per di più in maniera contraddittoria (https://emergenzacultura.org/2017/07/08/giuseppe-pulllara-appia-antica-lira-di-franceschini-compriamo-subito-il-colombario/), come per il colombario – delle contingenze del momento, ridotto – da un atteggiamento perennemente votato all’inseguimento dell’emergenza e dell’immediata visibilità – ad azioni estemporanee e scarsamente mirate.

Se l’inesistenza di una politica di questo genere è grave in generale perché sta a dimostrare – una volta di più – la ritirata dello Stato di fronte alle prerogative costituzionali, lo è ancora di più per quanto riguarda l’Appia Antica.
Il territorio del Parco è, come sempre ci ricordava Cederna, per il 95% in mano privata. Muri e recinti, ai lati della regina viarum, monumenti a parte,  lasciano spazio solo a poche isole pubbliche, da Capo di Bove a Santa Maria Nova. Sono gli spazi che permettono di “ricucire” quest’area così particolare e di farla vivere, attraverso gli eventi che anche in questi giorni vi vengono ospitati.

Una politica delle acquisizioni, che potrebbero, con cifre modeste, essere gradualmente moltiplicate, permetterebbe di restituire al Parco e quindi a tutta la comunità dei suoi frequentatori, non solo monumenti importanti, ma spazi pubblici tanto più preziosi in quanto rari.

È quello che Emergenza Cultura richiede al Ministero di elaborare, nella massima trasparenza – a partire dall’Appia, ma non solo – invertendo una deriva rinunciataria e dimostrando di essere in grado di una pianificazione di lungo respiro.

Corriere della Sera, 3 luglio 2107 Colombario di Augusto, costa 240 mila euro ma il Mibact non lo compra
Ha chiuso il ristorante nel sito archeologico sull’Appia Antica: il ministero poteva acquistarlo. «Non ci sono soldi»
di Giuseppe Pullara

Sfrecciano chiassose le macchine davanti al grande cancello grigio: via Appia Antica, civico 87, di fronte alle Catacombe di San Callisto. Ecco la grande archeologia romana: il Colombario dei Liberti di Augusto, tre ambienti da tempo senza tetto che raccolsero le olle con le urne cinerarie di centinaia di famigli del primo imperatore. Scoperto a inizio Settecento, studiato da Piranesi e Canina, il sito fu presto adibito a osteria campestre finendo tali funzioni solo pochi mesi fa quando l’ultimo oste, dopo una trentina d’anni, ha finalmente liberato l’archeocimitero dalla coda alla vaccinara trasferendosi però di fronte al sepolcro di Cecilia Metella.

Il fascino della Roma antica faceva dimenticare ai clienti l’aspetto macabro del posto, dove erano sistemati tavolini e ombrelloni con relativa mostra di porchetta, cicoria e dolci. Rita Paris, neo-direttrice del Parco dell’Appia Antica, immagina il futuro del luogo: «Finalmente ora potrebbe essere risanato, con restauro e nuove funzioni. Ma potrebbe ancora essere avvolto nelle fettuccine: i permessi ci sono. Vedremo». La proprietà del Colombario (140 mq) e degli ambienti coperti dell’ex ristorante (70 mq) era divisa: metà a un ingegnere che abita da quarant’anni nell’attiguo casolare, metà alla zia.

La famiglia possiede il fondo dai tempi del Pinelli, primi Ottocento. Pio Pellegrini ha voluto comprare un mese fa da Adriana Ciampelletti la sua quota (105 mq) per 240 mila euro nell’intento di «valorizzare il Colombario con un restauro per promuovere eventi culturali». L’ex ristorante, con nuova destinazione d’uso, potrebbe diventare la casa della figlia. Il destino del sito archeologico non sarebbe peggiore di prima. Forse i progetti dell’ingegnere ne migliorerebbero addirittura le condizioni. Rita Paris aveva tentato una contro-mossa invitando il ministero dei Beni culturali ad esercitare entro il 7 luglio la prelazione sulla vendita a Pellegrini della quota Ciampelletti.
La comproprietà dello Stato avrebbe impedito futuri possibili scempi del sito, nonostante la buona volontà dichiarata dall’ingegnere, a cui la prospettiva della prelazione andava storta: «Si sarebbe mantenuta – afferma – una inopportuna divisione del monumento». Il pieno possesso privato del Colombario, risultato dal diniego del Ministero («Non ci sono i soldi per la prelazione») preoccupa invece la Paris, che teme il progressivo degrado del sito archeologico, in possibile oscillazione tra l’abbandono e un uso commerciale. «Se fosse intervenuto il ministero o il Comune o la Regione si sarebbe potuto realizzare un efficace restauro conservativo, destinando poi lo spazio come punto d’accoglienza per i visitatori dell’Appia».
La direttrice del Parco è scettica circa il vero interesse di un privato di tutelare un bene archeologico importante rinunciando a lucrarci sopra. Che fine avrà questa storia che solo a Roma può essere raccontata? Una vicenda in cui appaiono nomi illustri, da Augusto a Piranesi, associati loro malgrado a spunti vernacolari come il ristorante peplum sistemato tra centinaia di loculi. Sullo sfondo, un «pezzo» di importante archeologia gestita da una vecchia famiglia romana dalle buone intenzioni insidiate però dalla voglia di qualche guadagno. «La via Appia va riscattata dalle sue attuali condizioni: i tre quarti dei suoi monumenti sono in mano privata quando invece dovrebbero essere nelle mani dello Stato per un autentico uso culturale» dice Rita Paris.
Dopo il mancato intervento del ministero per mancanza di fondi, sembrano pregiudicate tutte le prospettive di «riscatto» sia del Colombario sia di tanti altri monumenti che affiancano la Regina Viarum. L’ipotesi di esproprio applicata al sito del civico 87 è del tutto improbabile, così come lo è per il resto: la indisponibilità finanziaria statale in pratica azzera ogni prospettiva a favore del consolidamento delle funzioni del Parco dell’Appia Antica il cui personale è ridotto all’osso. Una soluzione, tuttavia, potrebbe trovarsi nella fertile collaborazione tra la parte privata, ove si mostrasse disponibile, e la parte pubblica attraverso accordi di caso in caso. Chissà che aprendo questa strada di partnership tanti problemi legati al futuro del Parco, con i suoi tesori archeologici, non possano essere risolti.
3 luglio 2017

Corriere della Sera, 7 luglio 2017

Appia Antica, l’ira di Franceschini: compriamo subito il Colombario
Il titolare dei Beni culturali non ha preso bene la decisione della burocrazia ministeriale di non far valere il diritto d’acquisto e ha convocato il segretario generale Antonia Pasqua Recchia. Ma intanto la prelazione è scaduta
di Giuseppe Pullara

Il ministro Dario Franceschini non l’ha presa bene. La decisione della burocrazia del ministero dei Beni culturali di non far valere il diritto di prelazione riguardo all’acquisto da parte di un privato di metà del Colombario dei Liberti di Augusto, sull’Appia Antica al civico 87, ha provocato una dura reazione del titolare del dicastero: «È uno sbaglio: ora verificate tutte le possibilità di poterlo recuperare». Immediatamente Caterina Bon Valsassina, direttore del settore Archeologia, belle arti e paesaggio, che aveva nei giorni precedenti negato la possibilità della prelazione per «mancanza di fondi», si è messa alla ricerca, in un nuovo capitolo di spesa del ministero, del denaro necessario. Franceschini alzando il tono ha dato la linea: «Fate tutto il possibile per acquisire il Colombario».
L’operazione sarebbe costata alle casse statali 240 mila euro. Ma c’è un problema: oggi scade il termine perché lo Stato eserciti il diritto di prelazione. La reazione di Franceschini è stata purtroppo tardiva: lunedì ha letto il Corriere che dava la notizia del diniego ministeriale e ha convocato subito il segretario generale Antonia Pasqua Recchia ed altri dirigenti del dicastero. Ha ottenuto pareri discordanti: chi indicava qualche possibilità, chi la negava. Alla fine si è convenuto che i tempi sono troppo stretti per esercitare la prelazione, anche se i soldi alla fine sono stati trovati nelle pieghe del bilancio. Nessuno tuttavia ha suggerito al ministro di esprimere formalmente, con un documento, la decisione di procedere alla prelazione per poi passare al necessario iter onde arrivare all’acquisto da parte dello Stato della metà di un monumento altamente significativo dei costumi dell’età augustea

Il Colombario fu ai suoi tempi un’imponente costruzione in laterizio destinata ad ospitare in nicchie centinaia, forse migliaia di olle con le ceneri dei liberti (schiavi liberati) dell’imperatore Augusto. Il bene archeologico è stato posseduto fino a poche settimane fa da due famiglie, Ciampelletti e Pellegrini. Con un atto di vendita da parte di Adriana Ciampelletti, Pio Pellegrini ha acquistato per 240 mila euro la metà della proprietà, che ha ospitato da tempo immemorabile un’osteria e, fino a pochi mesi orsono, un ristorante «peplum» dove la coda alla vaccinara si mischiava con le memorie dei fasti augustei. Le prospettive che restano aperte alla vigilia della scadenza della prelazione (oggi, 7 luglio) sono ristrette alla sola possibilità di un imponente restauro dell’opera imposto dal ministero e pagato dal proprietario, sotto il controllo della sovrintendenza statale. Pio Pellegrini diventerà dunque proprietario unico. L’obbligo di restaurarlo e i vincoli potrebbero rafforzare l’intenzione già espressa da Pellegrini di «impostare e sviluppare un progetto di partnership pubblico-privato». Ad esempio, il monumento archeologico potrebbe diventare una «stazione turistica attrezzata» con servizi anche a pagamento per i visitatori. L’esproprio dell’intera proprietà per salvaguardare definitivamente il Colombario sembra da escludersi.
7 luglio 2017 | 07:26

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