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“Mafia Capitale” o della caduta dal pero

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Foto AMBM

(da Abitare a Roma 16 giugno 2015)

Per la rinascita politica e morale della sinistra a Roma. Le radici politiche di una degenerazione annunciata. La formazione già avviata di un blocco moderato per la riconquista della città. La sinistra dormiente ancora  rinchiusa nei propri orticelli. La presenza dell’opposizione del M5s

di Aldo Pirone*

Se c’è una cosa che colpisce in questa vicenda maleodorante di “Mafia Capitale” per ciò che riguarda la parte di implicazioni che essa ha con la sinistra romana rappresentata dal PD, è la “caduta dal pero”. C’è tutta una schiera di dirigenti alti e medi della sinistra romana proveniente dal Pds-Ds che o non si era accorta di nulla, oppure dice di aver messo in guardia a suo tempo sulle degenerazioni correntizie che stavano corrodendo il PD romano: ho scritto un libro, ho fatto un’intervista, ho rilasciato una dichiarazione, e via nascondendosi. Non c’è uno straccio di riflessione critica e autocritica sui meccanismi politici e culturali che hanno consentito, nel corso di più di due decenni, lo svilupparsi di “cellule” tumorali che hanno portato la sinistra romana fuoriuscita, in tutti i sensi, dal PCI alla disfatta morale prima ancora che politica.

MafiaCapitaleIl PD romano, come quello nazionale, non è stato fondato dai DS e dalla Margherita, ma dalle loro correnti. Non una “ditta”, ma un insieme di “ditte”.

Già prima i meccanismi politici degenerativi che sono alla base dell’odierna “questione morale” avevano parecchio incistato le due formazioni soprattutto il Pds-Ds, nuovo per storia e cultura al regime correntizio nel partito “leggero” fondato sul leaderismo.

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

Elenchiamo brevemente la cronaca di una morte annunciata:

a) perdita di autonomia del partito rispetto alle istituzioni: parlamentari eletti che dirigevano da segretari il partito regionale e le federazioni; consiglieri comunali o municipali che dirigevano i circoli e gli organismi di partito municipali;

b) commistione fra l’eletto e i potentati economici attraverso i finanziamenti elettorali con conseguente perdita di ogni autonomia della politica rispetto all’economia, agli affari fino al malaffare;

c) personalizzazione della politica con la formazione di correnti e cordate personali – le più eleganti le hanno chiamate fondazioni – finanziate dai potentati economici, “filiere” ferree dominate da capibastone che andavano – come ci dice il commissario Orfini, un altro caduto dal pero – dagli scranni parlamentari fino ai Municipi.  Tutto ciò derivante da una subalternità culturale al pensiero neoliberista consistita in una politica riformista che tentava, sostanzialmente, di correggerlo in senso “compassionevole”. Il mantra di quest’approccio culturale e politico lo ha ripetuto Renzi alla Stampa martedì 16 giugno: “Questo è un paese moderato, vince chi occupa il centro”. Una semplice dichiarazione di resa.

Senza più l’ambizione di cambiare l’Italia nelle sue connotazioni guicciardiniane più profonde, era inevitabile la conseguente dismissione dell’insediamento del partito nella società civile come luogo indispensabile di azione nella battaglia per la trasformazione sociale, per la formazione del consenso, per l’egemonia volta al cambiamento delle classi dirigenti.

Perciò diventava naturale il diradarsi e il rattrappirsi dei Circoli o unità di base (sezione non era più un nome alla moda) scomparsi da tantissimi quartieri e borgate della città. Il loro diventare sempre più solo dei comitati elettorali di tizio o di caio. Il gonfiarsi del tesseramento con l’avvicinarsi dei Congressi. Le campagne elettorali dispendiosamente faraoniche dei singoli candidati comunali e regionali che pagavano anche quelle dei sodali municipali.

Nella selezione delle rappresentanze istituzionali a tutti i livelli a farla da padrone non erano più il merito e le capacità di fare politica sul territorio del singolo militante, ma il denaro di potentati esterni dentro cordate che con le correnti politiche e culturali di un sano pluralismo non avevano niente a che vedere. Il regime politico interno è stato progressivamente ridotto a una jungla senza regole, dove a prevalere era chi aveva più soldi a disposizione per le campagne elettorali.  E questo sia nelle elezioni primarie interne sia in quelle istituzionali. Tutto questo si è riversato a cascata anche negli organismi dirigenti del partito a tutti i livelli, infeudati dai capibastone dettanti ordini dai loro seggi istituzionali e che hanno asservito ancor più il partito. I Congressi si sono ridotti a puri votifici dove, scomparso ogni dibattito e ogni confronto politico, la maggior parte del tempo era dedicata al voto dei tesserati da cui sarebbe risultata la quota di potere che ogni singola cordata dominata dal capobastone feudale avrebbe ottenuto a tutti i livelli.

IL MODELLO ROMA

La familiarità con i poteri economici romani, la confidenza perfino amicale con essi hanno connotato quel “modello Roma” che si è intrecciato, sul piano amministrativo, con i processi politici degenerativi che andavano espandendosi dentro i DS della capitale.

Simile andazzo era visibile a tutti, anzi, era gestito, promosso o soltanto tollerato da quei dirigenti che oggi cadono dal pero e si affrettano nel dire: io l’avevo detto, io l’avevo scritto, accennato, bisbigliato.

Ciò che ha travolto moralmente il PD romano, perciò, viene da lontano.  Era già innescato dentro il maggior partito della sinistra. La fotografia di che cosa è il PD oggi, non solo a Roma, la possiamo prendere dal Berlinguer descrivente i contorni della “questione morale”: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

Oggi Fabrizio Barca, cui è stato demandato il compito di analizzare il PD romano commissariato, dice che esso era retto da un ferreo ordine feudale di capibastone. E come pensano di rimediare? Sciogliendo i circoli inquinati e formando un’unica struttura a livello municipale? E i capibastone, questi “innominati” che si aggirano nel PD romano, che il Sindaco Marino dice di essere sempre stati suoi nemici, chi sono? Saranno messi fuori del partito, oppure fuori verranno messi solo i loro tesserati fasulli? Sono domande che sorgono spontanee. Pensare di rifondare il Pd romano solo con un nuovo tesseramento raccolto con i banchetti per strada o via email è o un’illusione o una presa in giro. Se non si parte da una rivisitazione profonda e da un ribaltamento di tutto ciò che sul piano politico, culturale ed etico ha prodotto il fallimento attuale, se tutto questo non produrrà una nuova, nelle idee soprattutto, classe dirigente, le proposte di risanamento che vengono avanzate, anche quelle della terapia Barca, saranno solo pannicelli caldi. Probabilmente nemmeno questi, saranno presi in considerazione.

LA SITUAZIONE ROMANA

Ma è possibile questa rivisitazione e una rinascita morale politica della sinistra nel partito di Renzi? No, non è possibile, neanche a Roma, soprattutto a Roma. A sentir lui la sola lezione che ricava dagli ultimi risultati elettorali, è quella di spostare, sul piano politico, ancor più a destra il PD e, sul piano della sua forma politica, renderlo ancor più monocefalo, leaderistico e plebiscitario. Della gigantesca “questione morale” che sta travolgendo il partito al nord, al centro e al sud, non fa parola, se non per prenderne le distanze dopo non aver avviato nulla per reciderla. Il grido invocante Berlinguer dello scorso anno a Piazza del Popolo gli è rimasto nella strozza.

Sulla situazione a Roma Renzi ha dato il benservito al Sindaco Marino: “Se torna Renzi, fossi in Marino non starei tranquillo” gli ha detto. Aggiungendo che l’anno prossimo forse si vota pure a Roma. Nella Capitale è già in corso il processo di riorganizzazione delle forze sociali e degli interessi dominanti speculativi della rendita urbana (palazzinari) e finanziaria. Dopo la parentesi del marziano e del suo assessore all’urbanistica Caudo, dimostratisi incontrollabili, questi interessi puntano a ricreare un blocco sociale cementato, è proprio il caso di dire, dalle paure più diverse: per gli immigrati, per i rom, per i furti, per il degrado, per l’insicurezza ecc. Un blocco d’ordine che ha come traguardo la messa in campo di uno schieramento politico con uomini nuovi, o relativamente nuovi. Renzi vuole essere della partita. I candidati a fare l’operazione già ne girano. Marchini, per esempio, è il più d’antan e non fa che riproporsi, ma, soprattutto, c’è il prefetto Gabrielli che sta girando tutti i Municipi di Roma per incontrare, insieme ai loro problemi, anche la benevolenza dei cittadini e delle organizzazioni partecipative della società civile. Il prefetto ha un curriculum politico di giovane democristiano demitiano, seguito da un’ampia esperienza di servitore dello Stato nella polizia, nel servizio segreto civile (Sisde) nella Protezione civile. Unisce esperienza politica e amministrativa. Non solletica le paure sociali, non le cavalca, ma tende a rassicurare promettendo interventi concreti. E’ già, di fatto, il commissario politico di Roma. La cartina al tornasole del formarsi di questo blocco sociale d’ordine è l’inchiesta su “Mafia Capitale”. Vedere, cioè, se dalla cloaca buzziana e carminatiana saprà spostarsi accendendo i fari sul mare magnum dell’urbanistica e dei lavori pubblici degli ultimi lustri. Là dove il “blocco storico” degli interessi speculativi intrecciati alla politica ha dato il meglio di sé in termini di miliardi di euro e non dei milioni degli straccioni che speculavano su rom e rifugiati.

E LA SINISTRA COSA FA?

E la sinistra e le forze popolari che fanno? Continueranno, dentro e fuori del PD, a dormire sonni tranquilli coltivando i loro orticelli politici e associativi, oppure prenderanno coraggio per creare un polo di sinistra civica e popolare in grado di contendere ai soliti noti il governo della città? Roma può diventare il luogo di una prima esperienza di rinascita morale e politica della sinistra. Occorre però che siano banditi settarismi di ogni tipo, che i “gruppuscoli”, è il caso di dire, della sinistra vigente insieme a chi sta uscendo dal PD si sciolgano in una rete associativa più ampia che coinvolga il meglio, pur nel rispetto della loro autonomia, delle realtà civiche di partecipazione e del mondo sindacale. E’ indispensabile creare dei filtri contro ogni pratica di riciclaggio e trasformismo politico. Occorre dar vita a “comitati per la rinascita morale e democratica di Roma” in ogni quartiere o borgata. Bisogna che questi comitati facciano politica sul territorio, affrontando con concretezza i problemi dei lavoratori e dei cittadini, anche quelli più spinosi dei rifugiati, dei rom, della sicurezza, raccogliendo e dando sponda politica alle battaglie dei comitati di quartiere e dell’associazionismo che in tutti questi anni hanno combattuto sul campo il malgoverno, il malaffare e la speculazione. Non si tratta di creare solo il presupposto per una lista elettorale, ma quello per la creazione di una nuova forza politica popolare che faccia uscire dalla sfiducia e dalla rassegnazione la maggioranza dei cittadini che non va più neanche a votare.

A Roma c’è già il M5s che fa da molto tempo la sua battaglia di opposizione agli illegalismi e per la salvaguardia dei beni comuni e dell’interesse pubblico. Con loro bisogna dialogare per far maturare una nuova e più ampia unità di tutte le forze democratiche che sbarri il passo al ritorno al potere dei corrotti e degli oligarchi della rendita e della finanza speculativa, che impedisca una nuova imposizione delle loro “mani sulla città”.

*Aldo Pirone è un membro della Comunità Territoriale del VII Municipio che aderisce a Carteinregola

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