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9) VILLA ADA: LA STORIA

Storia e Cronologia 

Scheda a cura di Maria Teresa Carani (Associazione Amici di Villa Ada)

 

            Settecento e Ottocento

Sec XVIII – Acquisizione della fabbrica originaria seicentesca da parte dei Pallavicini;

1835Passaggio di proprietà dai Pallavicini ai principi Potenziani;

1872Vittorio Emanuele II acquista la villa, sistema il parco e costruisce vari edifici;

1878 Umberto I vende al conte Telfener il parco con tutti gli edifici;

1886 – Il conte Telfener, che aveva attribuito alla villa il nome della moglie “Ada”, vende l’intero comprensorio ad Eveline Visera sua suocera;

1898 Eveline Visera vende tutta la proprietà alla Banca Romana.

                       Novecento – Prima metà

1904 Vittorio Emanuele III riacquista la villa dalla Banca Romana;

1919 La villa diviene dimora ufficiale dei Savoia;

1943 25 luglio, dopo un colloquio con il Re, Mussolini è arrestato sulla soglia della villa; 9 settembre Vittorio Emanuele III con tutta la sua famiglia abbandona la residenza;

1948 Lo Stato espropria la quota parte di proprietà intestata all’ex Re Umberto. Gran parte della villa e  del parco resta nella disponibilità delle quattro figlie femmine.

            Novecento – Seconda metà

1951 Il Comune adotta una variante al Piano Regolatore che – in tutta la villa – trasforma il vincolo: da  parco privato a parco pubblico;

1957 17 giugno, tramite un accordo con i Savoia, lo Stato acquisisce la tenuta di Forte Antenne (33 ha) e la parte della villa dislocata lungo la via Salaria (34,5 ha);

1958 Il Demanio dello Stato trasferisce al Comune di Roma l’area di parco espropriata;

1962 È approvato il vincolo di destinazione a parco pubblico di tutto il comprensorio di Villa Ada;

1987 Gli eredi Savoia vendono a Renato Bocchi gran parte della villa: dei 18 edifici presenti ne l Parco (15mila mq coperti di superficie complessiva), diventano di proprietà di Bocchi i più        importanti:

  • “Villa Reale”, 6.400 mq occupati dall’ambasciata egiziana
  • “Scuderie”, tre fabbricati per complessivi 1.500 mq
  • “Casale delle Cavalle Madri”, 320 mq, abitazione dei Conti di Bergolo
  • “Fienile”, 560 mq, occupato da un circolo ippico

            Restano di proprietà Savoia:

  • “Casino Pallavicini”, 480 mq, abitato da parenti dei Savoia
  • “Villa Polissena”, 900 mq, abitata da Eredi Savoia

1990 La legge 396 “Interventi per Roma Capitale della Repubblica”, fra le priorità, prevede di acquisire le aree necessarie e quelle ancora private del comprensorio di Villa Ada;

1993-96 Redazione e pubblicazione del Piano di Utilizzo;

1995 14 dicembre, il Ministro dei Beni culturali appone alla villa il “vincolo dell’intrasformabilità” che, oltre a garantire la tutela del bene, avrebbe dato la possibilità al Comune di esercitare il diritto di             prelazione in caso di vendita della Palazzina reale da parte di Renato Bocchi;

1996Lo Stato acquisisce da Bocchi 74 ha di parco con 21 miliardi di lire reperiti nei fondi per Roma  Capitale. La Palazzina reale e villa Polissena restano tuttavia fuori dalla trattativa;

199924 dicembre, si inaugura la nuova villa pubblica con 136 ha di parco.

 

LA STORIA

Secoli diciottesimo e diciannovesimo

Mentre per il periodo romano ci sono molte notizie sul comprensorio, queste divengono lacunose o del tutto assenti fino al 1547, data di stampa della mappa della Campagna Romana per opera di Eufrosino della Volpaia.

Da questo documento cartografico si può dedurre la presenza di colture, con vigneti e ville, sull’intera area di Villa Ada, che risulta divisa in varie tenute.

Nella mappa dell’area a sinistra della Salaria del catasto Gregoriano redatta nel 1818 la Villa è infatti definita proprietà dei Pallavicini e appare chiaramente delineata la disposizione dei viali e di alcuni edifici e giardini, la cui descrizione è contenuta nel brogliardo del catasto: un casino ad uso di villeggiatura, tre case di delizia, un bosco misto di delizia e numerose case ad uso della villa.

La Villa seicentesca, quindi costruita lungo l’antica via consolare Salaria, già sede del Collegio Irlandese, fu risistemata con gusto neoclassico agli inizi dell’800 dal principe Luigi Pallavicini.

Tra le case di delizia citate dal documento particolarmente interessante è il caffè-house, piccolo ed eclettico tempietto tuttora esistente (fig 1), anche se fortemente degradato, questa costruzione testimonia il gusto imperante tra la fine del settecento e l’inizio del nuovo secolo. La tipologia del tempietto, con pronao e facciata neoclassici, nasconde sul retro un corpo absidato che riprende il motivo del colonnato, affacciato su un sottostante invaso ad anfiteatro con al centro una fontana. La settecentesca villa Pallavicini comprendeva quindi il Casino Nobile e due corpi di fabbrica lungo la via Salaria: la “Tribuna” e il “Coffee House”.

Il giardino esistente attorno al casino era stato sistemato dall’architetto paesaggista Francesco Bettini che operò a Villa Borghese per la villetta del principe Pamphili scomparsa tra il 1790-1793

Un documento dell’archivio Pallavicini (fig 1) conferma poi che tra Sette/Ottocento il principe Luigi Pallavicini era proprietario di vigne, terreni articoli, di un casino di villeggiatura e di fabbricati minori ubicati presso la via Salara detta poi Salaria.

La tenuta messa in vendita già dall’agosto 1826 fu acquistata nel 1835 dai principi Potenziani dopo la morte di Luigi Pallavicini, nel censimento del 1839 risultava infatti di proprietà dei Potenziani, famiglia di possidenti reatini. I diversi passaggi di proprietà del comprensorio sono ben documentati nella pubblicazione del Comune di Roma – Ufficio Tutela Ambiente (1996): “Villa Ada. Il piano per l’acquisizione pubblica”.

“Il primo nucleo della Villa fu acquistato dai Savoia nel 1872, come residenza ufficiale, indicata come Villa Savoia e progressivamente ampliata con proprietà limitrofe. Dopo l’acquisto il re avviò un vasto intervento con la sistemazione del parco e la costruzione di nuovi edifici. Vennero edificate la residenza reale e una torre gotica, alcuni edifici rurali furono modificati per realizzare le scuderie e una capanna svizzera. La tenuta fu trasformata in un grandioso parco all’inglese arricchito da numerose piante ed alberi, voliere e serre per le piante esotiche.”

Nel 1878, dopo la morte di Vittorio Emanuele II (avvenuta il 9 dicembre dello stesso anno) e poco prima di Natale, il figlio Umberto I vendette al conte Telfener il parco con tutti gli edifici, ma per una somma di favore: 513.000 lire. Il conte diede alla Villa il nome della moglie Ada Hungerford, che abitò nella Villa dal 1878 al 1893. Oggi quel nome è stato ridato alla Villa pubblica ed anche al viale che da piazza Verbano conduce all’ingresso principale sulla via Salaria “via di Villa Ada”.

 

La vera storia del conte Giuseppe Telfener

Il conte Telfener, indicato in genere come “conte svizzero”, era in realtà un foggiano di origine tirolese, e fu uno dei più importanti costruttori di ferrovie italiane ed estere. Il conte fece certamente un buon affare ad acquistare Villa Savoia, dato che tutto il complesso, tra acquisti e lavori, era costato al Re Vittorio Emanuele II almeno un milione e mezzo di lire. Come sosteneva infatti Emilio Richter – paesaggista e all’epoca direttore delle Ville e dei Parchi Reali – il parco poteva essere rivenduto anche ad una lira al metro quadro con un presumibile incasso di almeno 9 milioni di lire

Il grande parco adibito a riserva di caccia e il nucleo storico della Villa non furono alterati durante la proprietà Telfener solo nell’area verso la via di San Filippo, precedentemente appartenuta al conte Smith, fu ampliato con l’aggiunta di due corpi laterali un preesistente edificio settecentesco la villa Polissena. Nel 1886, Telfener vendette Villa Ada a Eveline Visera – madre di Ada e quindi sua suocera. Contrariamente a quanto riportato da diversi autori, solo l’8/2/1898 circa un mese dopo la morte di Telfener, avvenuta il 1° gennaio, Eveline e la figlia Ada cedettero la Villa alla Banca Romana, che si trovava in amministrazione controllata dalla Banca d’Italia. Questo si spiega col fatto che, il 19 gennaio 1893, la Banca Romana era stata travolta dal famoso scandalo che portò all’arresto di Bernardo Tanlongo presidente e di Michele Lazzaroni direttore.

La Banca Romana rimase proprietaria del parco, però sotto l’amministrazione controllata della Banca d’Italia, fino al 1° giugno 1904, anno in cui si effettuò la vendita – con effetto retroattivo al 16 maggio 1903 – dell’intero comprensorio a S.M. Vittorio Emanuele III. Nel 1919 il Re ne fece la sua residenza ufficiale. La presenza del re nella Villa per circa 40 anni, costituì certamente un ostacolo a possibili progetti di lottizzazione del comprensorio. Non potendo toccare il muro del parco, si rasero quindi al suolo Villa Lancellotti e le altre Ville e vigne e gli orti che si trovavano sulla parte destra della Salaria uscendo da Roma.

Nel periodo in cui il re e la sua famiglia vissero nella Villa si fecero nuovi lavori nel parco per realizzare una riserva di caccia, per arricchire la vegetazione con essenze rare, per costruire alcune serre nei pressi delle scuderie. L’intervento più importante fu però la realizzazione di un giardino “segreto” annesso alla palazzina reale ed ispirato a modelli rinascimentali.

Certo è che la villa non esisterebbe oggi per come la conosciamo se non fosse rimasta nella proprietà della famiglia reale. Nei pochi anni in cui fu di proprietà della banca romana rischiò infatti di rientrare in un progetto speculativo: una lottizzazione per un nuovo quartiere residenziale previsto dal Piano regolatore del 1883.

 

Secolo XX

La Nascita del Quartiere Verbano

Dopo il 1870, a Roma ormai capitale d’Italia, si trasferirono l’attività politica, quella amministrativa e quella burocratica del nuovo Stato, e fu allora che esplose la necessità di nuove abitazioni per la burocrazia e per tutto quanto era ad essa collegato.

In previsione dello sviluppo urbano di Roma, dopo il 1873 venne adottato il nuovo piano regolatore dell’ingegnere comunale Alessandro Viviani, piano che prevedeva lo sventramento di parti del centro storico e la lottizzazione di Ville storiche romane. Tra gli scempi perpetrati ricordiamo la distruzione di Villa Palombara all’Esquilino (1873) e quella di Villa Ludovisi nei pressi dell’attuale via Veneto (1886). Da queste speculazioni si salvò Villa Savoia, in quanto all’epoca era la residenza del re Vittorio Emanuele II.

Da Villa Borghese alla Salaria era tutto un fiorire di ville di aristocratici e di comunità religiose con annessi vigne, orti, frutteti e giardini. Più in là si estendeva la campagna romana.

Dopo la morte di Vittorio Emanuele II Villa Savoia fu acquistata dal conte Giuseppe Telfener e successivamente rivenduta alla Banca Romana, un’operazione che nel tempo avrebbe potuto realizzare la saldatura del quartiere Parioli con quello Trieste.

L’arresto di Tanlongo, presidente della Banca Romana a seguito del famoso scandalo, la presa in carico della villa da parte della neocostituita Banca d’Italia ed il suo successivo acquisto da parte di Vittorio Emanuele III risparmiarono al parco la sorte che venne invece riservata ad altre ville del comprensorio, cioè la loro lottizzazione.

Il Piano Regolatore del 1909 – redatto dal tecnico del genio civile Sanjust – prevedeva infatti la lottizzazione dell’immenso comprensorio verde delimitato dalle vie Nomentana e Salaria, ed includeva villa Grazioli e villa Lancellotti ed altre; inoltre per tutte le aree a giardino o comunque alberate, la destinazione era a parco pubblico o privato. La distinzione consisteva nel fatto che quelle a parco pubblico – indicate nelle tavole con il fondo verde – erano soggette ad esproprio, mentre per quelle a parco privato – indicate con fondo bianco – vi era la possibilità di edificare fino ad 1/20 dell’area del lotto senza superare l’ulteriore vincolo dei 1500 mq.

Nel 1921 il panorama del lato destro del tratto della Salaria che usciva da Roma era ben diverso da quello attuale: “… il muro che ancor oggi si stringe alla dimensione di pochi metri proteggeva due edifici settecenteschi … In  questo muro si inserivano una piccola chiesa a pianta ovale e alcuni edifici, oltre a quattro cancelli monumentali: il più grande di questi, posto nel luogo dove ora si apre la via Archiano, era stato l’ingresso alla vigna del Cardinale della Rovere, il più piccolo chiudeva il viale della villa Filomarino dove ora è via Arbia…”.

La lottizzazione di questa parte di Roma iniziò nel 1921 con la costruzione a villini delle case per i ferrovieri, nel tratto compreso tra via Archiano e piazza Crati, ad opera della Cooperativa “Voluntas et Labor” costituita dai ferrovieri dello Stato. Le villette progettate erano diverse l’una dall’altra e disposte in modo uniforme con spazi a giardino. Per edificare il futuro quartiere Verbano, a partire dal 1925 verrà iniziata la distruzione dei 62 ettari di Villa Lancellotti. Nei terreni compresi tra il complesso delle palazzine dei ferrovieri di via Archiano e le ultime costruzioni dei cosiddetti “quartieri alti” che erano arrivate fino a piazza Quadrata, verrà poi costruito il quartiere di Piazza Verbano, con una specie di marcia indietro dell’espansione edilizia. Operazione che viene comunemente indicata con il termine di “saldamento”.

 

1943

25 luglio: l’arresto di Mussolini

Dalle cronache di tre giornalisti, emerge in modo dettagliato la successione dei fatti ed il comportamento degli attori coinvolti.

Alle ore 17,00 Mussolini si recò a Villa Savoia per riferire al Re l’esito del voto del Gran Consiglio del Fascismo, che il giorno precedente aveva sfiduciato il suo Governo. Nel corso del breve colloquio, il Re informò il Duce che era già a conoscenza dell’evento, per cui aveva nominato il nuovo Capo del Governo nella persona del Maresciallo Pietro Badoglio. Mussolini prese atto di tale decisione e si accommiatò. All’uscita fu avvicinato dal capitano dei Carabinieri Vigneri, che lo fece salire su un’ambulanza della Croce Rossa e lo condusse alla caserma Podgora, in Trastevere. Questa fu il primo di diversi trasferimenti del Duce, fino all’ultimo quello di Campo Imperatore. Alle 22,15 dello stesso giorno gli italiani appresero dalla radio che si erano conclusi i ventun anni di governo di Mussolini e che era caduto il fascismo.

 

8 settembre: il Re lascia Villa Savoia

Nel pomeriggio dell’8 settembre 1943, la radio americana annunciò che il governo Badoglio aveva firmato la resa. Costretto da questo annuncio, Badoglio alle 19,30 rese pubblico via radio l’armistizio di Cassibile, firmato per l’Italia il 3 settembre dal generale Castellano, precisando che le Forze Armate italiane avrebbero cessato, immediatamente e in ogni luogo, qualsiasi atto ostile contro le forze anglo-americane e che avrebbero però reagito ad eventuali attacchi “da ogni altra provenienza”.

Il Re alle 5,10 del 9 settembre con la famiglia reale e il generale Badoglio fuggì da Roma alla volta di Brindisi, per mettersi sotto la protezione dell’esercito alleato.

 

1948: Da Residenza Reale a Parco pubblico

Villa Savoia doveva diventare proprietà dello Stato Italiano fin dal 1948, come espressamente disposto dall’Assemblea Costituente con l’art. XIII delle Disposizioni Transitorie e Finali della Costituzione Italiana: “I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli”. Però il 28 dicembre 1947 il Re morì ad Alessandria d’Egitto, solo tre giorni prima dell’entrata in vigore della Costituzione Italiana (1° gennaio 1948); i suoi beni passarono a tutti i suoi eredi, compresi quelli di sesso femminile. Pertanto lo Stato poté espropriare solo la quota ereditaria di Re Umberto, il cosiddetto “Re di maggio”. Dopo la fine della 2^ Guerra Mondiale, nella parte del parco rimasta nella disponibilità degli eredi Savoia di sesso femminile, cercarono di attuare un primo progetto speculativo: fecero progettare all’architetto Ignazio Gardella – che prevedeva “un insediamento di alta qualità, ville, alberghi ed ambasciate” – un progetto di lottizzazione, consentito dal regolamento edilizio sui parchi privati. Antonio Cederna calcolava che, realizzandolo si sarebbero potuti costruire 600.000 mc, cioè 7.000 vani, pari a circa la metà di Latina.

Nota bene: In base al Piano Regolatore del 1931 la villa era vincolata a parco privato, cioè edificabile per 1/20 dell’area.

 

1951: Variante al Piano Regolatore

Nel dicembre 1951 il Comune adottò una variante al Piano Regolatore, con la quale si trasformava – per tutta la Villa – il vincolo di parco privato in vincolo di parco pubblico; il successivo Piano Particolareggiato fu adottato con Decreto Presidenziale del giugno 1954. Contro questo decreto i Savoia ricorsero al Consiglio di Stato.

 

1957: Acquisizione dei primi 64 ettari

Lo Stato il 17 giugno 1957 riuscì – tramite un accordo con i Savoia – ad acquisire 64 ettari, comprendenti la tenuta di Forte Antenne (33 ettari) e una parte della Villa dislocata lungo la via Salaria (34,5 ettari) (v. fig. 3)

 

1958: Trasferimento della proprietà dal Demanio al Comune di Roma

Il 18 maggio 1958, l’area di parco espropriata fu trasferita dal Demanio dello Stato al Comune di Roma e le chiavi dei cancelli consegnate al Sindaco Urbano Cioccetti, in una cerimonia cui prese parte l’allora ministro delle Finanze Giulio Andreotti, come testimoniano le foto e il cinegiornale dell’Istituto Luce.

 

1962: Approvato il vincolo di destinazione a parco pubblico di tutto il comprensorio di Villa Ada.

 

1987: Villa Ada è in vendita?

Nell’estate del 1987, circolarono in diversi ambienti romani notizie della vendita di Villa Ada; fu però ad ottobre dello stesso anno che, nella sede del WWF Italia, allora in via Salaria, in un incontro con i responsabili delle Associazioni, l’attrice Marisa Allasio ne confermò la vendita. L’atto di vendita fu poi rintracciato dal WWF – il 20 dello stesso mese – presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Roma, dove era stato depositato circa un mese prima – il 30 settembre – e il fatto divenne così di dominio pubblico.

A nomi così blasonati subentrava – nella proprietà di un parco pubblico – Renato Bocchi, presidente della Società Sportiva Lazio, un borghese ben noto a livello cittadino per la sua abilità negli affari. Successivamente si scoprì che altri 16 ettari erano diventati di proprietà della soc. “Immobiliare Tirrenia”, anche questa riconducibile a Bocchi. Agli eredi di Casa Savoia rimasero quindi solo 3,5 ettari di parco.

 

VILLA ADA: Parte privata e Parte pubblica

Di tutti i 18 edifici dell’intero Parco, con una superficie complessiva di 15mila metri quadrati coperti, divenivano di proprietà di Renato Bocchi i più importanti, e cioè:

  • “Villa Reale”, 6.400 mq occupati dall’ambasciata egiziana
  • “Scuderie”, tre fabbricati per complessivi 1.500 mq
  • “Casale delle Cavalle Madri”, 320 mq, abitazione dei Conti di Bergolo
  • “Fienile”, 560 mq, occupato da un circolo ippico

Restavano di proprietà Savoia:

  • “Casino Pallavicini”, 480 mq, abitato da parenti dei Savoia
  • “Villa Polissena”, 900 mq, abitata da Eredi Savoia

Il 13 marzo 1988, durante una conferenza stampa all’uopo indetta dalle Associazioni ambientaliste (v., “Archivio Cederna – Scritti – La Repubblica” pag. 41), fu distribuito a tutti i partecipanti l’atto notarile della compravendita, della quale erano all’oscuro sia la Soprintendenza ai Beni Ambientali che il Ministero dei Beni Culturali.

 

1988: Chi sono gli acquirenti e nuovi proprietari della Villa

Il 17 marzo 1988 nell’articolo sull’Unità: “Nessuna speculazione: Villa Ada è lì per chi la vuole” Giancarlo Summa dette altri elementi sull’identità dei nuovi proprietari della Villa:

“… Salvatore Ligresti e Renato Bocchi, attraverso due diverse imprese sono gli azionisti di maggioranza della società per azioni Villa Ada 87-Spa…”

Mimmo Gaudioso, presidente dell’Associazione Amici di Villa Ada, su “La Civetta” nel numero di marzo 1988, scriveva:

“… dopo Villa Italia a Cascais, casa Savoia si disfa così di uno degli ultimi scampoli dell’eredità reale e fa un certo effetto pensare che dei luoghi a cui sono legate tante memorie possano finire nelle mani di alcuni finanzieri rampanti, senza che le autorità operino alcun intervento e che i cittadini siano stati informati di questa vendita solo dalle Associazioni Amici di Villa Ada, Italia Nostra, Lega Ambiente e WWF…”.

Proseguiva Gaudioso:

“… certo è strano che uomini accorti come Bocchi e Ligresti spendano circa 19 miliardi per acquistare un complesso destinato da tempo a Parco pubblico, senza sapere per di più cosa farci… Ma questo fa parte del loro mestiere, e non ci sarebbe da meravigliarsi se essi riuscissero a tramutare un investimento dalle prospettive incerte in un potente strumento di pressione nei confronti dell’Amministrazione capitolina, per ottenere permessi di costruzione in altre aree della città…”

I 150 ettari del Parco erano stati infatti vincolati a “parco pubblico” dal Piano Regolatore 1962/65.

A maggio 1988 l’Associazione raccolse 4.000 firme di utenti nel Parco, a sostegno di un appello al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con il quale veniva richiesto il Suo intervento: “… affinché questo immenso bene venga restituito a Roma insieme alla sua storia, che ci ricorda i momenti drammatici della fine del vecchio regime e della nascita della Repubblica …”.

Verso la metà del 1988 aderirono all’Associazione Amici di Villa Ada diversi cittadini e politici ed alla Presidenza dell’Associazione ci fu un cambio: a Domenico Gaudioso, presidente del WWF Lazio, subentrò Augusto Ciuffini noto pubblicitario e con un’importante storia di militanza ambientalista.

In parlamento Antonio Cederna riuscì a promuovere la proposta di legge n° 2878 del 15-06-1988 firmata da esponenti di tutti i gruppi parlamentari, tra cui Franco Bassanini e Piero Angelini, per l’esproprio della Villa.

 

1989: L’esproprio di Villa Ada (proposta di legge Cederna)

La proposta di legge Cederna (n° 2878) giaceva dimenticata in Parlamento, ma il proponente, che all’epoca era deputato e faceva parte della Commissione Ambiente e Territorio della Camera, decise di inserire l’esproprio della Villa – sia degli 84 ettari del parco che degli edifici ivi compresi –nell’articolo 8bis del decreto per Roma Capitale, utilizzandone pertanto i mezzi finanziari eccezionali resi disponibili da tale provvedimento. Il ruolo di Cederna fu indispensabile e determinante per il futuro esproprio della Villa. Il 5 giugno 1989 finalmente una buona notizia: da un articolo di Antonio Cederna su la Repubblica:

VILLA ADA RADDOPPIA: va al Comune la metà privata del Parco dopo un’attesa durata quarant’anni

Nell’articolo Cederna precisava che: “… le aree da espropriare verranno assegnate al Comune di Roma per essere destinate a parco pubblico ed il Comune è tenuto ad adottare entro dodici mesi un piano di gestione…”; ancora: “… l’articolo del decreto per Roma Capitale è frutto di una convergenza per così dire trasversale tra le opposizioni e la democrazia cristiana e gli altri partiti della maggioranza mentre erano decisamente avversi i socialisti…”. Ma in realtà l’esproprio di Villa Ada andava avanti come i gamberi, come scriveva Antonio Cederna sulla Repubblica del 20/07/1989.

 “ Il Governo non vuole proprio espropriare gli 80 ettari di Villa Ada e per questa ragione si è arenato per la quarta volta il decreto su Roma Capitale ”, “ il nuovo Ministro per le Aree Urbane Carmelo Conte ha detto che ci penserà …”, “… viene da Salerno è socialista e i socialisti sono gli unici che si sono sempre opposti decisamente all’esproprio per ragioni che rimangono misteriose …” .

Finalmente si verificò una favorevole situazione per la causa di Villa Ada: nel 1989, il socialista Carmelo Conte divenne Ministro per le Aree urbane, e chiamò a capo della Segreteria Angelo Papaldo, membro della famiglia degli Amici di Villa Ada. Fu così possibile iniziare ad interessare il Ministro Conte al problema di Villa Ada, riuscendo a convincerlo della necessità di un intervento del Governo, stante le difficoltà economiche e politiche dell’Amministrazione Comunale. Dopo un incontro con il Ministro, i rappresentanti dell’Associazione Amici di Villa Ada ottennero il suo impegno “politico” per la risoluzione del problema.

 

1990: Antonio Cederna e la Legge 396 approvata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Il 15 dicembre 1990 si verificò un’incredibile coincidenza; da un canto, venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n° 396, “Interventi per Roma Capitale della Repubblica”, che nell’art. 1 comma b) prevedeva tra le priorità:

“… acquisire le aree necessarie e quelle ancora private del comprensorio di Villa Ada…” e all’art. 9 si stanziava un contributo straordinario di lire 100 miliardi per il 1990. Veniva inoltre chiarito che: “… Su tali somme gravano altresì in via prioritaria, gli oneri relativi alla acquisizione delle aree ancora private del comprensorio di Villa Ada ed ai necessari espropri…”.

Nello stesso giorno morì per un’inesorabile malattia Augusto Ciuffini Presidente dell’Associazione Amici di Villa Ada.

 

1993-1996: Redazione e pubblicazione del Piano di Utilizzo

A novembre si era insediata la Commissione dell’Ufficio Tutela Ambiente per la definizione del Piano di Utilizzo, atto propedeutico all’esproprio. Il Comune infatti non avrebbe potuto procedere all’acquisizione del bene se non ne avesse prima definito le modalità di utilizzazione.

La richiesta dell’Associazione Amici di Villa Ada e del WWF di partecipare alla redazione di tale documento fu accettata dall’Amministrazione; all’uopo fu insediata una Commissione mista di esperti comunali (ben 24 persone) integrata da Caterina Nenni e Alessandro Bardi come rappresentanti delle Associazioni ambientaliste, tutti coordinati dall’Ing. Anna Maria Leone, responsabile dell’Ufficio Tutela Ambiente. Gianni Grassi dal canto suo riuscì a coinvolgere l’Ufficio Tutela Ambiente in un’indagine statistica sui frequentatori della parte pubblica, allo scopo di rilevarne orientamenti e modalità di fruizione prevalenti, per riuscire ad impostare il Piano di Utilizzo su una piattaforma realistica. L’Ufficio Tutela Ambiente demandò l’indagine al suo Osservatorio Sociale, nelle persone dei sociologi Piero Malenotti e Tiziana Piermarini.

L’ing. Anna Maria Leone, con lettera del 10 marzo 1993, richiese alle Associazioni coinvolte di partecipare alla rilevazione dei dati sul campo. L’indagine partì il 20 aprile 1993, la compilazione dei questionari concordati verteva sui seguenti punti:

  • frequenza delle visite
  • attività nel parco,
  • mezzi di trasporto,
  • valutazione dei servizi esistenti,
  • conoscenza della parte privata,
  • aspettative sull’esproprio,

e da integrare con le eventuali libere osservazioni degli utenti.

Ad una prima valutazione, i dati raccolti fornirono risultati significativi: la Villa nei giorni festivi era frequentata da circa 15.000 visitatori/g, nei giorni prefestivi da circa 10.000/g. L’utenza calava bruscamente nei giorni feriali a circa 3.000/g. Riguardo ai contenuti, l’aspetto più rilevante fu che gli utenti imputavano al Comune di non aver affrontato concretamente i nodi della gestione: la mancanza di servizi igienici e di telefoni pubblici e l’inesistente vigilanza del territorio.

Si raccolsero, come libere osservazioni, anche molte lettere di protesta.

Nel corso delle riunioni della commissione, Alessandro Bardi segnalò due gravi difetti del Piano di Utilizzo:

  1. a) non era stata prevista l’apposizione del “Vincolo di Intrasformabilità” della legge 1089/39 su tutta la Villa, ma lo si limitava alle sole emergenze archeologiche;
  2. b) una striscia di circa 0,5 ettari del parco di via Panama, inspiegabilmente non più situata all’interno del muro perimetrale della Villa, veniva così privata di qualsiasi tutela. La II^ Circoscrizione poi aveva individuato quell’area quale sede del mercato di via Locchi, e pretendeva dal Comune un finanziamento di circa 3 mldi dai fondi di Roma Capitale.

Per annullare questo incredibile intervento, l’unica soluzione conveniente fu quella di un Ordine del Giorno con il quale si puntualizzava che “anche le aree con destinazione G1, limitrofe alla Villa, dovevano essere salvaguardate da trasformazioni incompatibili con il parco pubblico” (OdG Verdi del 31/01/1994, a firma Loredana De Petris, Mirella Belvisi, Dario Esposito). Tale Odg fu poi approvato dal Consiglio Comunale.

Partendo dal presupposto che Villa Ada e Monte Antenne costituivano un tessuto storico ambientale unitario, il Piano di Utilizzo previde la ricostituzione del Comprensorio nella sua unità.

Per questi motivi furono scelti 4 ambiti:

  • archeologico naturalistico,
  • storico,
  • ricreativo,
  • sportivo.

Per gli edifici furono proposte destinazioni di varia natura:

    • attività di tipo museale-espositivo, per gli edifici di alto valore storico-architettonico (la villa Reale, il Casino Pallavicini, il Tempio di Flora e la Villa Polissena);
    • spazi espositivi di interesse nazionale ed internazionale, nel complesso di Monte Antenne;
    • centri per l’accoglienza, l’informazione e la didattica, nel Casale delle Cavalle Madri, nel Fienile, nel Casale La Tribuna II e nella Casa del Guardiano;
    • attrezzature per il ristoro, nel fienile nel Casale lungo via Panama e nell’ex serbatoio di Monte Antenne.

Fu integrata nel Parco anche l’area di via Panama, e furono esclusi:

  • il progetto del mercato,
  • il progetto di ostello a Forte Antenne,
  • il percorso meccanico di collegamento tra la stazione ferroviaria della Roma Nord (cremagliera o seggiovia),
  • i megaparcheggi.

Purtroppo:

  • non furono prese in considerazione ed inserite nel Piano le catacombe ai limiti del parco sulla via Salaria: dei Giordani, di via Anapo e di Priscilla
  • non fu previsto il vincolo di intrasformabilità ai sensi della legge 1089/39 per tutta l’area del Comprensorio.

Successivamente corredato dall’indagine sull’utenza, il Piano fu pubblicato nel maggio 1996 a cura dell’Ufficio Tutela Ambiente nel bel volume “Villa Ada, il piano per l’acquisizione pubblica” L’Assessore all’Ambiente Loredana De Petris fece anche  pervenire un formale ringraziamento.

 

 

L’acquisizione di Villa Ada

 

1995: Il vincolo di intrasformabilità

 

Il Ministro per le Aree urbane, onde contenere al minimo i tempi e rendere operativo l’esproprio delle aree ancora private di Villa Ada, aveva deciso di utilizzare l’ “Accordo di Programma”, cioè una convenzione tra i seguenti Enti: Comune di Roma, Regione Lazio e Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma del Ministero dei Beni culturali; ed aveva inoltre individuato nel Sindaco di Roma il soggetto abilitato a promuovere e concludere l’Accordo. Solo dopo questa fase, il Sindaco avrebbe potuto avviare la procedura di esproprio, valutando se applicarla a tutto il comprensorio o solo ad una parte di esso. Le Associazioni chiesero anche un incontro al Ministro dei Beni Culturali Ronchey, che a dicembre le ricevette e a cui fu segnalato da Caterina Nenni il problema della mancanza di vincolo di intrasformabilità sulla Villa – ai sensi della legge 1089/39 – ormai indifferibile per riuscire a bloccare progetti estranei, richieste di scavi e costruzioni nel Parco. Ronchey ci precisò di aver dato incarico alla Soprintendenza di evidenziare le eventuali carenze dell’Accordo e richiedere le necessarie modifiche. I cittadini e le Associazioni dovettero però aspettare ancora qualche anno, prima che un altro ministro dei Beni Culturali, Paolucci, su input della Senatrice dei Verdi Carla Rocchi, provvedesse all’apposizione di tale importante vincolo, che fu datato ufficialmente 14 dicembre 1995. Questo vincolo garantiva la tutela del bene e dava la possibilità al Comune di esercitare il diritto di prelazione nel caso di vendita della Palazzina reale da parte di Bocchi.

La lunga marcia del provvedimento accelerò e in Consiglio Comunale venne approvato – con l’unica astensione dei missini. Riguardo all’esproprio è interessante il documento della Camera dei Deputati (vedi Allegato)

Non si è trattato quindi di un esproprio, ma di una cessione bonaria della proprietà Bocchi, ad esclusione di Villa Polissena rimasta agli Assia-Savoia, e della Villa Reale, sede dell’Ambasciata di Egitto. Quest’ultima verrà poi venduta dalla società Villa Ada 87 SpA agli Egiziani, senza nessuna informazione ai cittadini.

 

1996: L’acquisizione della parte privata del Parco

Nella conferenza del 24 dicembre 1996 (riportata dal Messaggero del 24/12/1996), il Sindaco Rutelli presentò la parte di Villa Ada, cioè 74 ettari acquisiti (quindi non espropriati) al pubblico demanio a novembre 1996 dalla Società Villa Ada 87 e dall’Immobiliare Tirrenia, per circa 21 miliardi reperiti tra i fondi per Roma Capitale. Il parco diventava pertanto di 136 ettari, che sarebbero stati tutti aperti al pubblico a maggio 1997. Il Sindaco prese anche l’impegno che, con i 6 miliardi ottenuti grazie al finanziamento del Giubileo, avrebbe riorganizzato il Parco, e risistemato le scuderie, il Casale delle cavalle madri, il Tempio di Flora, il Belvedere e la Casa del custode.

Non fece nessun cenno al frazionamento del comprensorio (cioè la mancata acquisizione di Villa Polissena e Villa Savoia), in contrasto con le finalità della legge per Roma Capitale, ed al rischio di una possibile vendita della Villa Reale all’Ambasciata Egiziana da parte di Bocchi.

La giornalista Maria Grazia Toniolo, in un suo articolo sulla rivista “Rosanova” riferisce di un episodio connesso con la presenza degli egiziani nella Villa Savoia, e che qui è riportato a titolo di curiosità, che potrebbe spiegare la presenza dell’ambasciatore egiziano nella villa, e la data del suo primo ingresso: “… Nel maggio del 1946 il re d’Italia abdicò in favore del figlio Umberto I e subito dopo si imbarcò per Alessandria d’Egitto. Re Faruk lo ricevette con tutti gli onori e gli offrì come residenza uno dei suoi palazzi… Pare che Vittorio Emanuele per ringraziare e contraccambiare le gentilezze di re Faruq gli abbia consegnato le chiavi della sua Villa che teneva in tasca da quel tristissimo 9/9/43. In pratica gli donò la sua casa nella quale nessuno era più entrato, con tutto ciò che conteneva di ricordi, di memorie, di oggetti personali. Re Faruk (che per inciso fu deposto poco dopo nel 1952 e passò il suo esilio a Roma, ma all’Hotel Excelsior) affidò la villa al suo ambasciatore in Italia come residenza ufficiale. Da allora si sono susseguiti i rappresentanti della nazione egiziana che, naturalmente, sono divenuti padroni di tutto il suo contenuto, dai vestiti, alle foto, ai ricordi, agli argenti, ai quadri ai mobili di casa Savoia…”.

 

1999: L’inaugurazione pubblica da parte del Comune di Roma

Il 24 dicembre 1999 il Sindaco Rutelli e l’assessore all’Ambiente Loredana De Petris inaugurarono “la nuova Villa Savoia”, nel Tempio di Flora, con i soli rappresentanti della stampa, senza convocare né le Associazioni né i cittadini. Nell’occasione il Sindaco precisò che:

  1. erano stati restaurati, oltre al Tempio di Flora, anche il Belvedere e la Casa del Custode;
  2. era stato creato un nuovo accesso alla Villa da via Panama;
  3. sulla vegetazione erano state condotti lavori di carattere conservativo e non invasivo;
  4. restavano esclusi dall’uso pubblico (v. Fig. 18): la Palazzina Reale, il giardino all’italiana, Villa Polissena ed il Casino Pallavicini;
  5. complessivamente il costo dei lavori era stato di 3,8 mld.;
  6. del grande Parco rimanevano ai privati solo 7 ettari.

Era quindi stato acquisito dal Comune solo il parco che, per le sue dimensioni, contribuiva a risolvere il problema degli spazi verdi del quartiere, mentre con il dispositivo della cessione bonaria la Villa Reale era di fatto lasciata nella disponibilità di Renato Bocchi, che successivamente l’ha venduta allo Stato egiziano senza darne pubblica comunicazione. Non è bastata quindi una legge per restituire integralmente la Villa alla città, nonostante esistesse per la pubblica amministrazione la possibilità di esercitare il diritto di prelazione in base alla legge 1089/396.

 

 

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