Stadio e ex caserme al Flaminio: è tempo di scelte (condivise con i cittadini)
Autore : Redazione

Paola Viganò illustra il progetto a un incontro pubblico il 28 ottobre 2015
Al Flaminio da anni i cittadini chiedono che si affrontino definitivamente due grossi nodi irrisolti, contribuendo costruttivamente e partecipatamente alle iniziative avviate dal Comune e dal Municipio, ma nello stesso tempo mantenendo quella vigilanza civica sul “rischio speculazione” che in quel quartiere è sempre dietro l’angolo. Parliamo dello Stadio Flaminio, chiuso e in rovina dal giugno 2011, e degli ex Stabilimenti militari di Via Guido Reni, chiusi e in rovina da decenni.
Per il primo, periodicamente il Comune cerca finanziamenti privati o fondi pubblici per restaurarlo, ma soprattutto qualcuno – ente o società – che se ne sobbarchi la gestione, con destinazioni compatibili con la sua vocazione sportiva e con la sua natura architettonica, senza che finora si sia individuato un serio interlocutore; per i secondi, dal 2013 proprietà di Cassa Depositi e Prestiti SGR (gruppo pubblico che fa investimenti privati), l’Amministrazione Marino aveva avviato un progetto – Progetto Flaminio – che prevedeva di destinare circa metà della superficie a edificazioni private (residenze, un albergo, locali commerciali) e metà, di proprietà pubblica, a uso pubblico: una piazza, strutture al servizio del quartiere, e, soprattutto, una Città della Scienza, comprendente un Museo e laboratori di ricerca. I fondi per la realizzazione di quest’ultima (o di qualunque altra funzione pubblica che si fosse deciso di inserire) avrebbero potuto/dovuto essere attinti dal contributo straordinario, calcolato in circa 43 milioni di euro, che Cassa Depositi e Prestiti doveva versare al Comune.
Dalla fine della consiliatura Marino non è stato ancora fatto alcun passo avanti sostanziale. Per lo Stadio Flaminio, si sono tenute varie Commissioni capitoline in cui è stata confermata la volontà di mantenere la destinazione sportiva (vedi report sottostanti) e il Comune ha ottenuto un finanziamento dalla Getty Foundation di Los Angeles, non per il restauro, ma per il progetto di restauro (1). Per il Progetto Flaminio invece, a gennaio 2017 si è conclusa la conferenza dei servizi sul progetto presentato da CDP nel dicembre 2015 , e ad agosto avrebbe dovuto essere approvato il Piano di Recupero, prima con una delibera di Giunta, poi con il voto della Assemblea Capitolina, ma non è successo ancora nulla. Soprattutto non si sa nulla del destino della parte pubblica che riguarda il prima previsto Museo della Scienza. La nuova amministrazione pentastellata aveva fatto sapere, esattamente un anno fa, per bocca dell’allora assessore all’urbanistica Paolo Berdini, che non intendeva confermare quel progetto, senza tuttavia dare indicazioni precise su possibili alternative.
Ad agosto è scaduto il termine per l’approvazione del Piano di Recupero (2), ma bisogna considerare – aspetto particolarmente rilevante – che il progetto sottoposto alla Conferenza dei Servizi riguarda esclusivamente la parte privata e la parte “servizi per il quartiere”. In pratica non si sa se sia stato fatto qualche passo amministrativo – elaborazione di un progetto, conferenza dei servizi – sul “punto-interrogativo-museo-della-scienza”. Se siamo allo stesso livello di un anno fa, vuol dire che siamo decisamente in alto mare.
Finora il neo Assessore Luca Montuori e il vice Sindaco e Assessore alla Crescita culturale Bergamo non si sono mai espressi in proposito, e non hanno neanche accettato l’ invito del tavolo delle associazioni del Flaminio, che da giugno li tampinano perchè vengano a parlarne con la cittadinanza in un’assemblea pubblica nel quartiere.
Le associazioni del tavolo hanno invece continuato il lavoro cominciato nel 2014, quello che ha portato alla stesura delle Linee guida per il Masterplan del Progetto Flaminio e del Piano Urbano Flaminio, e, nella primavera scorsa, insieme al II Municipio che si è fatto promotore dell’iniziativa, hanno partecipato a una serie di incontri nonchè a due assemblee pubbliche, finalizzati all’elaborazione di un progetto per la parte destinata a servizi per il quartiere (una biblioteca polifunzionale /Casa del quartiere).
In questo quadro, si è tornati a parlare della questione in seguito a un articolo del Corriere della Sera del 29 ottobre scorso (3), in cui la Presidente del II Municipio Del Bello e il suo Assessore all’urbanistica e lavori pubblici Giovannelli riferiscono che al Giunta ha lanciato la proposta di destinare le risorse versate da CDP come contributo straordinario per il Progetto Flaminio – i 43 milioni – anzichè al completamento dell’area di Via Guido Reni, al recupero dello Stadio Flaminio e delle zone e strade limitrofe.
L’ipotesi non è da escludere a priori – è di interesse pubblico e anche dei residenti la conservazione e la riapertura di un bene comune come lo Stadio – ma solleva molti interogativi, a cui qualcuno dovrebbe urgentemente rispondere.
Il primo: prima di decidere con quali risorse restaurare lo Stadio, bisognerebbe individuarne la destinazione e soprattutto il soggetto che sarà chiamato a gestirlo. Non stiamo qui fare una disamina del tormentone “Stadio Flaminio Stadio della Lazio” (link in calce), ma una cosa è certa, dato che è assai difficile che lo Stadio possa venire gestito dal Comune stesso: le risorse per la sua ristrutturazione le deve mettere l’ente o il soggetto privato a cui verrà dato in concessione. E’ impensabile che il Comune restauri a sue spese, con vari milioni, un bene che verrà poi affidato a dei privati o a un altro ente.
Il secondo: prima di decidere come investire i soldi del contributo straordinario, è necessario decidere cosa si vuole realizzare nella parte dell’area di proprietà comunale. In quello spazio, CDP (4) ha aperto provvisoriamente Guido Reni District, dove vengono allestite mostre ed eventi (spesso di dubbio interesse culturale), utilizzando parte dei vecchi padiglioni militari un po’ ripuliti. Il Comune deve decidere se investire quei 43 milioni nella Città della Scienza, come pensava di fare il Sindaco Marino, o in un’altra cosa, oppure di devolverli, in tutto o in parte, ad altre finalità, nel quartiere o anche in altri territori. Ma deve farlo subito. Altrimenti dovrebbe spiegare ai cittadini come si intenda evitare il rischio che, a causa dell’inerzia dell’amministrazione, si finisca con il veder progredire il completamento delle parti private (e delle parti pubbliche al servizio del quartiere), lasciando indietro, magari con fondi inadeguati, la fetta pubblica più importante, dove insistono edifici fatiscenti ma interessanti. Se si ridiscute tutto, si potrebbe ipotizzare – e sono tanti, compreso chi scrive, a preferire questa soluzione – di fare un’operazione restauro che mantenga le strutture originali, destinandole a spazio pubblico, magari culturale (al servizio del MAXXI? dell’Auditorium? dell’Università? ci sono contatti e progetti in corso?). L’ipotesi peggiore è che invece tutta quella parte resti così, per altri decenni (5) . E dopo anni di battaglie contro gli assalti cementificatori, i cittadini del Flaminio hanno imparato che l’assenza di progetti e di decisioni pubbliche crea un vuoto che è l’anticamera delle speculazioni e delle cessioni ai privati di beni e spazi pubblici. E se oggi sembra da escludere l’ipotesi di un qualsiasi cambio di destinazione in direzione privata della parte pubblica, un domani, quando sarà passato un altro tot di anni, qualcuno potrebbe tirare fuori l’idea di qualche project financing per costruire residenze, alberghi e centri commerciali anche in quello spazio, con buona pace dei residenti e dei comitati.
Il terzo: da un Municipio che è stato in prima fila nei processi partecipativi che si sono svolti in questi anni, ci si aspetterebbe che, prima di lanciare proposte al Comune e fare dichiarazioni alla stampa, apra almeno un dibattito con il tavolo delle associazioni che da anni si impegnano per il territorio, con cui da mesi è in corso un lavoro per il progetto della casa del quartiere nella “parte servizi”.
E se, nello stesso articolo, l’Assessore Montuori in proposito invia messaggi rassicuranti – “La destinazione delle risorse [dei 43 milioni NDR] la decideremo coinvolgendo i cittadini” – non possiamo non ricordare ancora una volta che finora i comitati del tavolo non sono riusciti nè a incontrare l’assessore, nè a ottenere la disponibilità sua e dell’assessore Bergamo per un dibattito pubblico. E nemmeno ad ottenere la pubblicazione del progetto consegnato due anni fa (poi man mano modificato in base alle indicazioni degli uffici). Che sarebbe davvero il minimo sindacale. Sul sito del Dipartimento urbanistica sono ancora on line tutti i materiali pubblicati tempestivamente dall’Amministrazione precedente fino al 2015. Poi nisba. Il sito dedicato www.progettoflaminio.it, inaugurato da Cassa depositi e prestiti, nell’home page propone ancora i vincitori del concorso, concluso nel giugno 2015. Come le vetrine di un negozio fallito da tempo, in cui per anni restano manichini impolverati con vestiti fuori moda.
E’ davvero urgente e necessario che il Comune decida cosa vuol fare. Possibilmente insieme ai cittadini.
I cambiamenti si giudicano in base ai fatti, non alle dichiarazioni. E anche l’immobilità è un fatto. Che non porta niente di buono.
Anna Maria Bianchi Missaglia
> Vedi anche

Il padiglione soprannominato “Hangar”, nella parte che resterà pubblica (foto AMBM)
(1) indetto dalla Getty Foundation di Los Angeles, che ha recentemente destinato 180 mila dollari per sviluppare un piano di conservazione dello stadio (la domanda è stata presentata dal Dipartimento di Ingegneria strutturale e geotecnica dell’università La Sapienza in accordo con Roma Capitale)
(2) Il progetto Flaminio e le sue tappe successive erano previsti dalla DACDelib. N 54 del 06.08.2014,
(3) Corriere della Sera cronaca di roma 29 ottobre 2017
L’abbandono del Flaminio Il quartiere tra il degrado e il «sogno» dei 43 milioni per salvare anche lo stadio
L’accusa del II Municipio: l’inerzia del Campidoglio potrebbe far saltare l’arrivo dei soldi. Montuori: in un mese risolviamo
Quarantatré milioni di euro per recuperare – anzi per salvare – lo stadio Flaminio. Sono quelli che dovrebbero arrivare dall’accordo con Cassa Depositi e Prestiti per la realizzazione di 250 appartamenti, un albergo di 5 mila metri quadri e 2 mila metri quadri di servizi per il quartiere nella ex caserma di via Guido Reni. «Il permesso a costruire in seguito alla variante di Piano Regolatore – afferma l’assessore ai Lavori pubblici del II municipio Gian Paolo Giovannelli – prevede il versamento nelle casse comunali di ben 43 milioni di euro come oneri aggiuntivi oltre gli oneri concessori già previsti. E la proposta che noi lanciamo con la Giunta municipale è di utilizzare questa ingente somma per il recupero dello stadio Flaminio e delle zone limitrofe che attualmente sono nel degrado più totale. È un’opera realizzata da Pier Luigi e Antonio Nervi – aggiunge – della quale tutti parlano, ma per il cui recupero finora non si è fatto nulla».
Secondo l’assessore Giovannelli lo stadio «ormai rischia di crollare», bisogna fare perciò presto con gli interventi, che in un prossimo futuro potrebbero dare al quartiere un centro sportivo polifunzionale con piscina e numerose palestre,dalla scherma al pugilato. Una struttura nell’abbandono più totale per il salvataggio della quale ai primi di agosto di quest’anno si era mossa anche la Getty Foundation di Los Angeles con un assegno di 180 mila dollari per sviluppare un piano di conservazione dello stadio: la domanda era stata presentata dal Dipartimento di Ingegneria strutturale e geotecnica dell’università La Sapienza in accordo con Roma Capitale. Quarantatré milioni e una variante di piano regolatore sui quali sembra esserci un giallo. «La Conferenza dei servizi – aggiunge Gian Paolo Giovannelli – si è conclusa il 3 gennaio. Da allora non sappiamo più nulla di concreto. Quindi noi con le associazioni di quartiere denunciamo questa sorta di inerzia dell’amministrazione comunale che oltre a non fare proseguire l’iter delle opere previste, non consente di realizzare neppure le opere pubbliche, come gli spazi verdi all’interno delle caserme ed un percorso pedonale da viale del Vignola fino a piazza Mancini. E ci sono anche i servizi per il quartiere: gli spazi destinati alle associazioni e una biblioteca polifunzionale. Per non parlare del fatto – conclude – che con l’inerzia del Campidoglio si rischiano di perdere questi 43 milioni perché Cassa Depositi e Prestiti alla fine si potrebbe ritirare dall’intervento».
L’ultima lettera con cui la presidente del II Municipio Francesca Del Bello chiede un incontro all’assessore all’Urbanistica Luca Montuori risale a un mese fa, il 25 settembre: là si ricorda anche che «il progetto è scaturito anche dal processo di partecipazione indetto dal Comune al quale hanno aderito numerose associazioni di quartiere». L’incontro ancora non c’è stato ma «ho parlato con Montuori e ci ha promesso che entro la fine dell’anno verrà approvata la variante al Piano regolatore che darà l’avvio al programma di interventi sulla caserma di via Guido Reni – afferma a sua volta la presidente Francesca Del Bello -. Ho comunque chiesto però un incontro prima di quella data per discutere degli oneri concessori. Noi vorremmo che fossero utilizzati nel territorio, finalizzati non solo al recupero dello Stadio Flaminio, estremamente urgente, per il quale servono all’incirca 11 milioni secondo le ultime stime, ma alla bonifica di tutta l’area circostante e alla valorizzazione della strada che va dall’Auditorium al ponte della Musica riprendendo il progetto di Renzo Piano».
Per questa «Città della Scienza» secondo la delibera approvata dalla Giunta di Ignazio Marino, è risultato vincitore lo studio «015 Viganò» di Milano. Ma nella Conferenza di servizi che ha dato il via libera è proprio la «Scienza» che sembra essere sparita. «Uno dei motivi per cui chiediamo a Luca Montuori l’incontro – aggiunge l’assessore municipale ai Lavori Pubblici – è perché desideriamo sapere le intenzioni della Giunta sull’utilizzo degli oltre 27 mila metri quadri restanti, dei quali su 10 mila si doveva realizzare il “Museo della Scienza”, anche se sembra che questo progetto sia stato messo da parte. Se non si realizza noi come Municipio vorremmo che si mantenessero le strutture esistenti – conclude – per adibirle ad attività culturali, start up e uffici per il coworking». L’assessore Montuori si dice sicuro: «Da parte dell’amministrazione nessun ritardo, abbiamo ricevuto prima dell’estate gli esiti dei processi di partecipazione e li abbiamo integrati con le osservazioni alla conferenza dei servizi, che in questi giorni ha registrato le ultime indicazioni, ed entro novembre trasmetteremo le indicazioni per le modifiche necessarie al progetto ai proponenti. La destinazione delle risorse la decideremo coinvolgendo i cittadini».
Lilli Garrone
(4) nelle more del perfezionamento dell’operazione, CDP ha in custodia tutta l’area degli ex stabilimenti militari, e ha deciso di affittarla a manifestazioni temporaneee per coprire parte delle spese
(5) a oggi sono quasi 5 da quando la Giunta Marino/caudo ha fatto l’accordo con il demanio, che ra proprietario dell’are e voleva cederla interamente a CDP, e che invece ne ha concesso qausi la metà al Comune di Roma per usi pubblici Vedi Progetto Flaminio- cronologia materiali
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